lunedì 29 ottobre 2012

Così parlò Samuele. Sputi di saggezza contromano di Samuel Goldwyn.

Samuel Goldwyn a.k.a. Goldfish
“Quella dello scapolo non è una vita per single.” *

 Quanto ciò sia vero, oggi, ce lo possono raccontare milioni di ultratrentenni disoccupati, sottoccupati, precarizzati, simpaticamente definiti bamboccioni da quelli che contribuiscono a tenerli in tale condizione. E svariate centinaia di migliaia di uomini separati o divorziati, che debbono necessariamente corrispondere gli alimenti alla ex consorte e ai figli. Se vuoi far vita da scapolo, nowadays, devi appartenere alla categoria del rampollo. Ed essere pronto a farti ramspennare. 
 
*“A bachelor's life is no life for a single man.”  

Comincia oggi questa piccola rubrichina, ispirata dai brucianti ossimori dialettici di Samuel Goldwyn, uomo di vivacissima intelligenza e di successo self made. Alcune delle sue perle, caratterizzate da brillanti malapropismi, hanno un'applicabilità universale, tanto da aver meritato il titolo di Goldwynismi. Ne ho scelti un pugno, che pubblicherò nei giorni a venire. Grazie a Brainy Quote per l'ispirazione.

venerdì 26 ottobre 2012

QUOUSQUE TANDEM

Ma fino a quando durerà sta cazzo di moda dei calzoni sbracalati a mezza chiappa? Per quanto tempo ancora vedremo giovani aitanti camminare come geishe, tentando di non far calare il cavallo delle costose braghe di tela sotto il ginocchio? Giungeremo ad ammirarli mentre fanno l’hoola hoop coi chinos? Non hanno ancora visto aggirarsi per la Via Lata intrepidi portatori di jeans a cica*, arrotolati ben sopra la caviglia, con uno spavaldo ostentar di tibia, ancorché inguainata in fluorescenti calzini a righe? Pensano forse di emulare in pervicacia gli affezionati sfilettatori di sopracciglio? Orsù, l'orrido pizzetto ossigenato non durò che una, pur interminabile, estate: perché questo impacciato costume stenta così tanto ad appassire? Lo so, detto da un cinquantenne che si ostina a portare l'orecchino e la coda di cavallo, nonostante la calvizie, è una catilinaria che ha poca credibilità. Ma era così, tanto per sapere. Dura molto?

lunedì 22 ottobre 2012

C’era una volta il Gelato di San Crispino.

Improvvisamente, silenziosamente, in maniera un po’ carbonara, una ventina di anni fa, a Roma incominciò a circolare la voce di un gelato veramente speciale. La gelateria in questione - sarebbe meglio chiamarla il santuario - era decentrata, su una via di passaggio, piuttosto trafficata, ma scomodamente priva di parcheggio, fra due semafori. All’interno, poi, lo spazio fra il bancone e le porte era appena sufficiente per una riga – in senso militare – orizzontale di fedeli degustatori. Non mi avventurerò a ripercorre le tappe della scoperta dei gusti inarrivabili, all’epoca, del sorbetto alla pera, dell’eponima crema al miele o dello zabaione con marsala millesimato. Il sorbetto di mele al Calvados non andrebbe neanche nominato senza inchinarsi. Non narrerò della calma olimpica (forse un po’ asettica) con cui i due fratelli Alongi somministravano la preziosa ambrosia nelle anguste ancorché costosissime coppette – niente coni, perché qualsiasi conservante o colorante artificiale è tuttora bandito da questo tabernacolo della liturgia gelatiera. Ma la voce correva e in capo a qualche anno, oltre alla “farmacia” fra i palazzoni di via Acaia, il "Gelato di San Crispino" aprì un più indulgente spaccio nella prestigiosa zona Trevi, in via della Cancelleria. Poi arrivò, manco si trattasse di un flagship store di style design, persino il punto vendita all’aeroporto di Fiumicino. Di altre diffusioni persi, anche sdegnosamente le tracce. Un po’ per snobismo, un po’ perché i casi della vita non mi facevano più orbitare in quell’area. Un black out emozional/gustativo che si è interrotto qualche ora fa. E che è destinato a riprendere sine die, con l’aggravante della delusione del tradito. Proprio ieri che la combinazione ci portava in zona e avevo la possibilità, oltre che il desiderio, di iniziare mio figlio ad un’esperienza gelatiera superiore è arrivata la doccia fredda. Gelata sì, ma assolutamente insapore. La delusione di non trovare neanche nel negozio originario almeno uno dei fratelli era attenuata dalla previsione. Ma l’assoluta insipidezza dei tre gusti scelti, a fronte del consueto, se non maggiorato, esborso, è stata una delusione che mi ha bruciato in mano, finché non ho potuto digitare queste righe acide che condivido quanto prima possibile. Nessuno è più vendicativo di un amante tradito, si sa. A parte, forse, un amante tradito goloso.
San Crispino, se ci sei, prega per loro. Io mi cercherò un altro santo gelataio.

giovedì 5 luglio 2012

Perché l'estate.

Perché l'estate, quando stringe tutti al coperto, allarga gli spazi sulla strada. E sui marciapiedi sgombri ci si accorge dello spuntare di qualche erbaccia. Mentre persino i giardinetti sono vuoti, che neanche i pensionati stanno più all'ombra dei tigli o delle acacie, ma preferiscono i marmittoni esagonali dei corridoi, penombrati a zebra dalle persiane di legno verde stinto. E ho l'illusione di un pomeriggio vecchio di quarant'anni, che sa ancora di resina di pino e di bitume, assordato da milioni di cicale, con decine di cacche calcinate di cane a comporre costellazioni sull'asfalto, appiccicoso per il caldo e le inflorescenze appassite degli ippocastani. E il buio improvviso di un portone o di un bar sono freschi come una cantina, senza bisogno di condizionatori. E un bicchiere di orzata o latte di mandorla è nettare munto a qualche dea, compiacente e immaginariamente nuda. E ci sono ancora le campane e le piste per le birette segnate a gesso sui marciapiedi enormi, e ogni tanto una porta da calcio verniciata sul muro di un cortile. Perché l'estate mi regala questi improbabili strappi temporali di un microcosmo in cui mi muovevo sicuro, e che adorerei regalare a mio figlio. Forse è per questo che amo ancora l'estate quando arriva, torrida, a Roma.

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