domenica 5 luglio 2009

Silenzio. Non si fa, si ascolta.

Forse è una delle solite contorsioni mentali da causidico in cui m’intreccio
Ma se penso al silenzio mi appare che sia qualcosa impossibile da fare.
Certo non per abusate motivazioni sul sovraffollamento, sull’inquinamento acustico consolidato, sul logorio della vita senza cynar.
Ma per una semplice questione esistenziale, di una ovvia, evidente banalità.
Il silenzio c’è sempre. Anche nel fragore più totale.
Ché, anzi, è il fragore che non potrebbe esistere altrimenti, senza il silenzio che gli fa da base.
Questa constatazione, ribadisco, ovvia e banale, nasconde la sua verità con gran scioltezza.
Proprio come sa fare il Silenzio, maestro di camuffaggio millenario.
Per questo, quando qualcuno mi dicesse, per esempio, “Mi tedi
Con questo tuo saccente filosofare da strapazzo, fai silenzio!”

Io, sorridendo, lo manderei a cacare.
In grande amicizia, s’intende, e con lo sguardo,
Che non vale la pena di sprecare un altro po’ di silenzio
Per chi non sa trovarlo o riconoscerlo al momento.
Se quel che dico è ovvio, è scontato, e, sì, è banale
Vuol dire che anche vero
E elementare, Watson.
Si tratta solo di mettersi a ascoltare.
Ma tante volte, piuttosto, mi ubriaco.
Perché fare, alla fine, sembra sempre più facile che non fare?

martedì 30 giugno 2009

Solità



L’ho cercata su un paio di vocabolari. Non l’ho trovata.
L’ho cercata allora su un altro vocabolario, quello dei sinonimi e dei contrari.
Manco là, ci sta. Allora, ho pensato, mi arrogo il diritto e il demerito di coniarla, ‘sta parola.
Solità, come integrazione, complementare e di segno opposto, a solitudine.
Solità, per esprimere quella beata sensazione di essere soli e felici di esserlo.
Solità con l’accento sulla a, appunto, come felicità.
Solità, perché solitudine suona davvero come un inno al pessimismo.
L’idea originale non è mia. Gli inglesi, per esempio, due parole diverse per descrivere queste due opposte condizioni di assenza di compagnia ce l’hanno: loneliness e aloneness.
La prima è l’equivalente, come accezione, del nostro solitudine, descrivendo quello stato di abbandono, tristezza e desolazione che possono connotare in certi casi lo stare da soli.
Ma quando stai solo per tua scelta, con sommo sollievo e soddisfazione – finalmente solo – allora ti stai godendo la tua determinata aloneness. La tua beata solità.
Curiosamente, in italiano, al deprimente sostantivo solitudine corrisponde l’aggettivo solitario, che descrive piuttosto un amante della solità:
(pl. m. -àri) detto di persona, che ama star sola, lontana da ogni compagnia…
Sarà poi un caso, come mi ricorda il vocabolario, che si usi la parola solitario per definire un brillante di notevole grossezza, montato da solo su un castone?
La solità può far emergere la tua brillantezza, mentre la solitudine, probabilmente, ti spegne sempre di più, affogandoti in un buio entropico.
Non so perché ho sentito il bisogno di fare questa precisazione. Ah, sì, ora ricordo.
Certi giorni sono così affollato di pensieri che mi sembra di non essere mai solo. Leggermente e confortevolmente solo.
In una morbida e avvogente solità.
Solo che, quando l’ho pensato, mi mancava la parola giusta.

mercoledì 17 giugno 2009

Ispirazione



"...Sempre devi avere in mente Itaca -
raggiungerla sia il pensiero costante.
soprattutto, non affrettare il viaggio; fa che duri a lungo, per anni,
e che da vecchio metta piede sull'isola, tu,
ricco dei tesori accumulati per strada senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato un bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo in viaggio:
cos'altro ti aspetti?"


[da Itaca di Kostantinos Kavafis]

Lo stralcio di poesia è un gentile omaggio che ho ricevuto da Max Cosci, capomissione MSF ad Haiti e uomo di cuore.
La foto di Max, come tutte le altre foto di Haiti pubblicate in questo blog, è di Marina Biagini.

Oggi, di mio, non ho niente da dare e, come al solito, nientedadire.

venerdì 12 giugno 2009

Esserci.


Come, per esempio, Gaetan, coordinatore del centre d’urgence di Martissant 25, a Port au Prince. Con nessuna intenzione di passare per eroe, anzi.
Io non sono qui per salvare vite umane – dice – sono qui per capire come funziona.
Però, nel frattempo, Gaetan, aperto, gioviale, positivo, lavora tutti i giorni ad uno dei progetti più importanti di MSF ad Haiti - un centro attualmente in ristrutturazione, ma attivo 24 ore su 24- che accoglie e tratta la maggior parte dei casi di emergenza (pronto soccorso) non solo di Martissant, bidonville realmente desolante e sovraffollata, ma anche di gran parte della regione. Perché vuole capire dall’interno il meccanismo, dice. Intanto sta lì, e ha un ufficio stretto come una cabina del telefono, con un ventilatore sempre acceso per spostare l’aria afosa e opprimente del tropico, aggravata da un inquinamento estensivo e dalla depressione della zona - Martissant parte da un mefitico litorale e si arrampica a piastrellare con le sue baracche di cemento grigio le pendici dell'incombente montagna, resa franevole dalla disboscazione sconsiderata. Ci racconta, Gaetan, che in una sua precedente esperienza lavorativa, in un'organizzazione indirizzata allo sviluppo di paesi in condizioni arretrate, non era riuscito a soddisfare questa sua istanza di comprensione. Perché il suo ruolo, allora, lo portava soprattutto ad avere contatti con politici o tecnici che si limitavano a fare del bla bla inutile, giri di parole che tendevano a mascherare l’intenzione di conservare degli status quo più redditizi, perché consentivano di utilizzare le politiche economiche di sviluppo per sfruttare ulteriormente i potenziali beneficiari di quelle stesse politiche.
Molto meglio tenere un povero alla mercé della tua elemosina che dargli gli strumenti per imparare a diventare autosufficiente. Tanto più che l'elemosina che gli passi non arriva direttamente dalle tue tasche, ma da quelle dei contribuenti e dei donatori. E tu, organizzazione sedicente umanitaria, con l'iceberg nascosto di quell'elemosina ci campi da nababbo.
Invece, con il lavoro di MSF, soprattutto quello sul campo, Gaetan sostiene di aver avuto la possibilità di comprendere a fondo le dinamiche più intricate delle politiche socio-economiche dei paesi in via di sviluppo (si spera, ndr) in cui si è trovato ad operare. Magari questo non significa automaticamente che la situazione possa essere cambiata per il meglio, ma sicuramente dal punto di vista professionale ed umano, le intenzione prefissate sono messe in pratica in modo coerente e consistente. In modo più onesto, se non altro, più produttivo ed efficace, seppure non sempre risolutivo.
Questo, secondo me, è esserci. Davvero.
E nel mio libro - come dicono gli inglesi - fa una grande differenza.

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