giovedì 5 luglio 2012

Perché l'estate.

Perché l'estate, quando stringe tutti al coperto, allarga gli spazi sulla strada. E sui marciapiedi sgombri ci si accorge dello spuntare di qualche erbaccia. Mentre persino i giardinetti sono vuoti, che neanche i pensionati stanno più all'ombra dei tigli o delle acacie, ma preferiscono i marmittoni esagonali dei corridoi, penombrati a zebra dalle persiane di legno verde stinto. E ho l'illusione di un pomeriggio vecchio di quarant'anni, che sa ancora di resina di pino e di bitume, assordato da milioni di cicale, con decine di cacche calcinate di cane a comporre costellazioni sull'asfalto, appiccicoso per il caldo e le inflorescenze appassite degli ippocastani. E il buio improvviso di un portone o di un bar sono freschi come una cantina, senza bisogno di condizionatori. E un bicchiere di orzata o latte di mandorla è nettare munto a qualche dea, compiacente e immaginariamente nuda. E ci sono ancora le campane e le piste per le birette segnate a gesso sui marciapiedi enormi, e ogni tanto una porta da calcio verniciata sul muro di un cortile. Perché l'estate mi regala questi improbabili strappi temporali di un microcosmo in cui mi muovevo sicuro, e che adorerei regalare a mio figlio. Forse è per questo che amo ancora l'estate quando arriva, torrida, a Roma.

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