martedì 14 dicembre 2010

Oggi come oggi.




Perché parlare a sproposito? Ricordiamo il 14 dicembre 2010 con serena pacatezza.
E quando dovremo insegnare ai nostri figli il significato della parola "fiducia" rimuoviamo il ricordo di questa giornata.

venerdì 10 dicembre 2010

La Fata e le Tartarughe.

Io conosco una fata. Vabbé, ora non vuole più essere chiamata così ma, si sa, quando si ha l'indole gentile e magica, è difficile sfuggire al proprio destino o rinnegare il proprio passato. E così, comunque la vogliate chiamare voi, lei per me resta la Fata - dovrei aggiungere Carabina, ma questo potrebbe essere fuorviante, ancorché corretto - e non mi stupisco affatto delle magie che riesce a compiere. Anche se non rimango indifferente al valore della sua arma. Uno sente parlare di Fata e penserebbe alla bacchetta magica, poi sente aggiungere Carabina e, ça va sans dire, otre a Pennac pensa alla Beretta. Accocchiando un calembour, una volta, mi sono permesso di chiamarla "la mestrina dalla penna rossa", ma non ho ricevuto feedback, per cui presumo non abbia gradito, anche se per me era assolutamente un complimento.
Ma qui mi distraggo. Torniamo all'arma d'ordinanza della Fata. Ora, la penna era un buon indizio, anche se poi è la tastiera quella che la fa arrivare più lontano, ma stiamo ancora ciurlando nel manico e non vorrei che pensaste che si trattasse di una musicista. Anche se poi...(e scusate i puntini).
Veniamo al dunque: l'arma affilatissima e penetrante della Fata è, secondo me e qui mi faccio serio, la sua straboccante umanità. Il suo cuore gigantesco, pantagruelico, erculeo, che muove montagne e maometti con grazia e armonia.
Giacché il mio indulgere nel panegirico tende ad essere spesso verboso, sarà meglio che mi attenga ai fatti. Per cui vi rimando direttamente al sito di Riverbero che racconta con asciutta obiettività la bellezza dell'operazione Tartarughe. Alla quale mi onoro di aver partecipato - grazie all'invito della Fata e alla sua grande idea, il Collettivo Voci, un'altra incitazione alla condivisione e alla partecipazione di sensazioni e talenti.
E poi una così non vuole essere chiamata Fata.

giovedì 9 dicembre 2010

Dog Breath, in the Year of the Plague.




Please, hear my plea!

Cucuroo carucha (chevy 39)
Going to el monte legion stadium
Pick up on my weesa (she is so divine)
Helps me stealing hub caps
Wasted all the time

Fuzzy dice
Bongos in the back
My ship of love is
Ready to attack

Primer mi carucha (chevy 39)
Going to el monte legion stadium
Pick up on my weesa (she is so divine)
Helps me stealing hub caps
Wasted all the time

Fuzzy dice
Bongos in the back
My ship of love
Ready to attack
Wont you please hear my plea

Primer mi carucha (chevy 39)
Going to el monte legion stadium
Pick up on my weesa (she is so divine)
Helps me stealing hub caps
Wasted all the time

Fuzzy dice
Bongos in the back
My ship of love
Ready to attack


Mi dispiace di non aver onorato il 4 dicembre con un post puntuale.
(He succumbed to the disease seven months later, and died in his home on 4 December 1993, Los Angeles, California)

Ricordo bene il grande dispiacere di quella notizia, arrivando in ufficio dopo un week end celestiale, che mi trasportò in un'atmosfera di triste celebrazione. Tornato a casa, quella sera la trascorsi registrando una compilation su cassetta - audio, sì, c'erano ancora - dei miei pezzi preferiti, bevendo in suo onore Porto bianco con succo di limone e scrivendo, probabilmente, pensierini tristi su un quaderno.
Diciassette anni dopo, preferisco ricordare quella data con uno dei suoi più influenti capolavori, il doppio concept album Uncle Meat del 1969, da cui ho scelto uno dei brani che mi piace di più canticchiare. Anche se quest'altro mi renderebbe più popolare. Soprattutto con le signore.



Arrivederci Frank.

venerdì 3 dicembre 2010

Catarsi o trattenersi?



Trattenersi non è sempre una scelta salutare.
Trattenersi non è sempre una scelta.
Certo, impugnare un machete e potare gli arti del vicino che continua a cogliere le pere dal tuo albero che sorge vicino al confine comune, invadendo però la tua proprietà, non è una scelta saggia e urbana. Ma evitare persino di esternargli direttamente la tua contrarietà per il suo abuso è altrettanto pericoloso. Tutto quello che tratteniamo, soprattutto le emozioni spiacevoli causate dal comportamento di qualcuno, generalmente crea distacco fra noi e chi provoca dette emozioni. Così il vicino diventa lontano, ma all'inizio solo dentro di noi. E questo genera equivoci, come minimo. Il vicino non capirebbe perché non lo saluti più e comincerebbe a fare altrettanto, provvedendo altresì a diffondere nel vicinato il sospetto che tu sia un maleducato, un asociale, un ombroso, uno che se la tira (in molti sensi), o peggio ancora, uno che ha qualcosa da nascondere. E non avrebbe tutti i torti: il risentimento che nascondi continuerebbe a crescere sotto la superficie, generando un iceberg che, inevitabilmente, andrebbe a cozzare contro qualche innocente Titanic di passaggio, provocando un naufragio epico e, quello che è ancora peggio, spropositato rispetto all’evento scatenante. Tu arrivi in ufficio ammusato, rimuginando, come ogni giorno da mesi, sull’insopportabile faccia tosta di quello stronzo di vicino e non ti accorgi che la centralinista che assomiglia a Jessica Alba, e ti sta inspiegabilmente facendo gli occhi dolci da settimane, sfoggia una scollatura abissale su una quarta abbondante. Vuoi che non si urti per la tua ostentata – o ostinata, fai tu – indifferenza, e che poi non vada a dire in giro che tu, con rispetto parlando, “lo spizzichi”? Nessun problema, intendiamoci, se non fosse che sei area manager per una linea di prodotti che fa dell’esuberanza eterosessuale un pilastro dell'immagine aziendale. E così, di colpo, ti ritrovi cornuto e mazziato dal tuo insalubre intrattenerti in pensieri torbidi, trattenendo il limpido corso delle azioni. Che avrebbe dovuto essere, a rigor di logica, rimbrottare a brutto muso il vicino per le pere che ti sottrae, invece che ignorare con cipiglio le pere che la centralinista ti porge su un piatto d’argento. Chi cazzo ti credi di essere, Breppìtt?
D’altra parte, trattenersi talvolta non è assolutamente una scelta.
Immagina di essere afflitto da un temporaneo virus intestinale.
Sei autonomamente in grado di capire che, in tal caso, la distanza fra te e gli altri si creerebbe proprio se non ti trattenessi dall’esprimere nella maniera più soddisfacente quello che ti ribolle dentro. Appare evidente che tale evenienza non prevede alcun ipotetico responsabile esterno a cui imputare questo tuo malessere.
La differenza è tutta qui, ma non è da poco.
Se, per così dire, il tuo “mal di pancia” è causato da un torto subito, non c'è cura migliore di una bella catarsi con il diretto interessato.
Nell’altro caso, invece, il diretto interessato sei tu stesso.
La cura migliore non è mai, e lo sottolineo, quella di farsi una catarsi addosso.
Soprattutto davanti a testimoni.

mercoledì 1 dicembre 2010

No No No



Prima ascolta questo pezzo, modernissimo, eppure di 42 anni suonati (alla grande). Sono solo due minuti e sedici secondi.
Poi guarda quanta roba ci ha messo dentro Frankie.
Eppure è leggero, agile e frizzante.
Mozart gli avrebbe fatto i complimenti.
Ah, il disco è Cruising with Ruben and the Jets, il terzo album pubblicato dal maestro nel '68.
Non il terzo in assoluto - bada - no no no, è il terzo che Frank ha pubblicato solo in quell'anno*.
E qui, forse, Mozart avrebbe rosicato.

No No No

Boppa dooayyydoo
Boppa dooayyydoo
Boppa dooayyydoo
Boppa dooayyydoo
No no no no no no no-o-o-oo-oh
(Boppa dooayyydoo Boppa dooayyydoo
Boppa dooayyydoo Boppa dooayyydoo)
Makes me cry to see you go-o-o-oo-oh
(Boppa dooayyydoo Boppa dooayyydoo
Boppa dooayyydoo Boppa dooayyydoo)
No no no no no no no-o-o-oo-oh
(Boppa dooayyydoo Boppa dooayyydoo
Boppa dooayyydoo Boppa dooayyydoo)
Makes me cry to see you go-o-o-oo-oh
(Boppa dooayyydoo Boppa dooayyydoo
Boppa dooayyydoo Boppa dooayyydoo)
Boppa dooayyydoo
Boppa dooayyydoo
Left me here to cry alone
(Boppa dooayyydoo Boppa dooayyydoo
Boppa dooayyydoo Boppa dooayyydoo)
With a bottle of juice & a pork chop bone
(Boppa dooayyydoo Boppa dooayyydoo
Boppa dooayyydoo Boppa dooayyydoo)
No no no no no no no-o-o-oo-oh
(Boppa dooayyydoo Boppa dooayyydoo
Boppa dooayyydoo Boppa dooayyydoo)
Makes me cry to see you go-o-o-oo-oh
(Boppa dooayyydoo Boppa dooayyydoo
Boppa dooayyydoo Boppa dooayyydoo)
Boppa dooayyydoo
Boppa dooayyydoo
Gave my money all to you-oo
(Boppa dooayyydoo Boppa dooayyydoo)
You took my watch and pawned it too-oo
(Boppa dooayyydoo Boppa dooayyydoo)
Three gold teeth and one glass eye
(Boppa dooayyydoo Boppa dooayyydoo)
You didn't have the nerve to say goodbye
(Boppa dooayyydoo Boppa dooayyydoo)
Boppa dooayyydoo
Boppa dooayyydoo
You know you treat me funky baby
(Boppa dooayyydoo Boppa dooayyydoo)
And some day you'll have to pay
(Boppa dooayyydoo Boppa dooayyydoo)
I ain't such a fool that I would let you go
(Boppa dooayyydoo Boppa dooayyydoo)
And treat me this way
(Boppa dooayyydoo Boppa dooayyydoo)
No no no no no no no-o-o-oo-oh
(Boppa dooayyydoo Boppa dooayyydoo
Boppa dooayyydoo Boppa dooayyydoo)
I ain't going to let you go-o-o-oo-oh
(Boppa dooayyydoo Boppa dooayyydoo
Boppa dooayyydoo Boppa dooayyydoo)
(You know you treat me funky, baby)
No no no no no no no-o-o-oo-oh
(Boppa dooayyydoo Boppa dooayyydoo)
(And some day you'll have to pay)
(Boppa dooayyydoo Boppa dooayyydoo)
(I ain't such a fool that I would let you go)
I ain't going to let you go-o-o-oo-oh
(Boppa dooayyydoo Boppa dooayyydoo)
(And treat me this way)
(Boppa dooayyydoo Boppa dooayyydoo)
(You know you treat me funky, baby)
No no no no no no no-o-o-oo-oh
(Boppa dooayyydoo Boppa dooayyydoo)
(You know you treat me funky, baby)
(Boppa dooayyydoo Boppa dooayyydoo)
(You know you treat me funky, baby)
I ain't going to let you go-o-o-oo-oh
(Boppa dooayyydoo Boppa dooayyydoo)
(You know you treat me funky, baby)
(Boppa dooayyydoo Boppa dooayyydoo)
(You know you treat me funky, baby)
No no no no no no no-o-o-oo-oh
(Boppa dooayyydoo Boppa dooayyydoo)
(You know you treat me funky, baby)
(Boppa dooayyydoo Boppa dooayyydoo)
(You know you treat me funky, baby)
I ain't going to let you go-o-o-oo-oh
(Boppa dooayyydoo Boppa dooayyydoo)
(You know you treat me funky, baby)


* "Cruising With Ruben & The Jets" è , secondo la cronologia ufficiale il quinto album della colossale discografia del beneamato. Qui un inchino ci starebbe bene, non fare complimenti.

Grazie, Mario. 1

mercoledì 24 novembre 2010

Lumpy Gravy.



Riscolto questa deliziosa suite con stupore immutato e ammirazione sconfinata - soprattutto ora che ho appena rivisto una delle ultime interviste di Frank, provato dalla malattia terminale eppure "chirurgico" nelle risposte, lucido e impeccabile, capace persino di farsi una risata, nonostante l'evidente tributo di dolore accumulato. Lumpy Gravy è cronologicamente il 4° album della discografia di Frank, ufficialmente il primo senza i Mothers Of Invention, anche se diversi elementi del gruppo partecipano a questo ambizioso progetto orchestrale che ha coivolto una pletora di musicisti - per la lista completa rimando a Wiki Jawaka. Come al solito, mi astengo dal recensire il lavoro del maestro, ma linko una review pescata online che mi è sembrata abbastanza esauriente. Ricordo che questa serie di post dedicati all' arte di Frank Zappa precedono - e inevitabilmente seguiranno - la ricorrenza della sua morte (4 dicembre 1993) e, forse, giungeranno all'anniversario della sua nascita (21 dicembre 1940). Forse non saranno a cadenza giornaliera, ma tentativamente seguiranno la cronologia degli album. Per un paio di mesetti buoni, quindi, nientedadire avrà sicuramente qualcosa di buono da farvi ascoltare.

martedì 23 novembre 2010

What's the ugliest part of your body?



What's the ugliest
Part of your body?
What's the ugliest
Part of your body?
Some say your nose
Some say your toes
(I think it's your mind)
But I think it's YOUR MIND
(Your mind)
I think it's your mind, woo woo

ALL YOUR CHILDREN ARE POOR
UNFORTUNATE VICTIMS OF
SYSTEMS BEYOND THEIR CONTROL
A PLAGUE UPON YOUR IGNORANCE & THE GRAY
DESPAIR OF YOUR UGLY LIFE

Where did Annie go
When she went to town?
Who are all those creeps
That she brings around?

ALL YOUR CHILDREN ARE POOR
UNFORTUNATE VICTIMS OF LIES YOU BELIEVE
A PLAGUE UPON YOUR IGNORANCE THAT KEEPS
THE YOUNG FROM THE TRUTH THEY DESERVE . . .


Pochissimo da aggiungere a questo gioiellino (tratto dal terzo album di Frank registrato con i Mothers nel '68, "We're only in it for the money") che condensa in poco più di un minuto un messaggio terrificante, servito con leggiadria doo-wop. A chi si riferiva Frank? A chi dedicava questa canzone? Alla generazione precedente alla sua - evidentemente - alla classe media, benpensante, moderata, WASP e bigotta che costituiva (costituisce?)lo zoccolo duro del sistema americano.
Possiamo noi oggi, più di 40 anni dopo, vedere forse delle attinenze con la nostra attuale, evolutissima realtà sociale?*
L'orazione civile c'è stata ieri sera. Io non ho contributi rilevanti da aggiungervi. La lascio echeggiare nella mia mente - la parte più brutta del mio corpo, come canta Frank - e spero di trasferirne gli effetti positivi nel mio fare. Sarà difficile, altrimenti, offrire a mio figlio un sistema migliore di quello fantasmagorico in cui stiamo sprofondando.

*(qui ci sarebbero andati degli emoticon per non rischiare di essere frainteso, ma correrò il rischio.)

lunedì 22 novembre 2010

Brown shoes don't make it.



Brown shoes
Don't make it
Brown shoes
Don't make it
Quit school
Why fake it?
Brown shoes
Don't make it...

TV dinner by the pool
Watch your brother grow a beard
Got another year of school
You're okay--he's too weird
Be a plumber
He's a bummer
He's a bummer
Every summer
Be a loyal plastic robot for a world that doesn't care...
Smile at every ugly
Shine on your shoes & cut your hair

Be a joik
And go t' woik
Be a joik
And go t' woik
Be a joik
And go t' woik
Be a joik
And go t' woik
Do your job & do it right
Life's a ball
TV tonight...
Do you love it?
Do you hate it?
There it is...
The way you made it...
YARRRRRRRRRRRGH-H-H!

A world of secret hungers
Perverting the men who make your laws
Every desire is hidden away
In a drawer... in a desk
By a naugahyde chair
On a rug where they walk and drool
Past the girls in the office

Hratche-plche
Hratche-plche
Hratche-plche
Hratche-plche

We see in the back of the City Hall mind
The dream of a girl about thirteen
Off with her clothes and into a bed
Where she tickles his fancy all night lonnnnnnnnng

His wife's attending an orchid show
She squealed for a week to get him to go
But back in the bed, his teen-age queen
Is rocking & rolling & acting obscene
Baby baby
Hratche-plche
Hratche-plche
Baby baby
Hratche-plche
Hratche-plche

And he loves it! He loves it! It curls up his toes
She bites his fat neck and it lights up his nose
But he cannot be fooled, old City Hall Fred
She's nasty! She's nasty! She digs it in bed!

Do it again and do it some more
That does it by golly, it's nasty for sure
Nasty nasty nasty, nasty nasty nasty
(Only thirteen and she knows how to nasty...)

She's a dirty young mind
Corrupted, corroded
Well she's thirteen today
And I hear she gets loaded
P-pum-m-mum-m-mum-m-mum
P-pum-m-mum-m-mum-m-mum
P-bum

If she were my daughter, I'd...
What would you do daddy?
If she were my daughter, I'd...
What would you do daddy?
If she were my daughter, I'd...
What would you do daddy?
Smother my daughter in chocolate syrup
And strap her on again, oh baby!
Smother that girl in chocolate syrup
And strap her on again
She's a teen-age baby and she turns me on
I'd like to make her do a nasty on the White House lawn
Gonna smother that girl in chocolate syrup -
And boogie till the cows come home

Time to go home - Madge is on the phone
Gotta meet the Gurney's
And a dozen grey attorneys
TV dinner by the pool
I'm so glad I finished school
Life is such a ball
I run the world from City Hall!


Era il 1967 - l'anno della Summer of Love, del primo album dei Doors, del tripudio della psichedelia - e Frank con i suoi Mothers sparigliavano con questo capolavoro, che altri hanno già descritto con una competenza per me inarrivabile (un esempio al volo lo trovate qui). I motivi per cui ho intrapreso questa minidivulgativa cronologica sono due o tre: il primo è, come al solito, che ho nientedadire; il secondo è di carattere celebrativo - a dicembre ricorrono gli anniversari della morte e della nascita di Frank (pbuh); il terzo è per confortare la mia retrograda convinzione che il rock, al giorno d'oggi, abbia veramente poco di originale da esprimere. E me ne dispiaccio, ma sono aperto a suggerimenti, if any.

venerdì 19 novembre 2010

Trouble Every Day




Well I'm about to get sick
From watchin' my TV
Been checkin' out the news
Until my eyeballs fail to see
I mean to say that every day
Is just another rotten mess
And when it's gonna change, my friend
Is anybody's guess

So I'm watchin' and I'm waitin'
Hopin' for the best
Even think I'll go to prayin'
Every time I hear 'em sayin'
That there's no way to delay
That trouble comin' every day
No way to delay
That trouble comin' every day

Wednesday I watched the riot . . .
Seen the cops out on the street
Watched 'em throwin' rocks and stuff
And chokin' in the heat
Listened to reports
About the whisky passin' 'round
Seen the smoke and fire
And the market burnin' down
Watched while everybody
On his street would take a turn
To stomp and smash and bash and crash
And slash and bust and burn

And I'm watchin' and I'm waitin'
Hopin' for the best
Even think I'll go to prayin'
Every time I hear 'em sayin'
That there's no way to delay
That trouble comin' every day
No way to delay
That trouble comin' every day

Well, you can cool it,
You can heat it . . .
'Cause, baby, I don't need it . . .
Take your TV tube and eat it
'N all that phony stuff on sports
'N all the unconfirmed reports
You know I watched that rotten box
Until my head begin to hurt
From checkin' out the way
The newsman say they get the dirt
Before the guys on channel so-and-so

And further they assert
That any show they'll interrupt
To bring you news if it comes up
They say that if the place blows up
They will be the first to tell,
Because the boys they got downtown
Are workin' hard and doin' swell,
And if anybody gets the news
Before it hits the street,
They say that no one blabs it faster
Their coverage can't be beat

And if another woman driver
Gets machine-gunned from her seat
They'll send some joker with a brownie
And you'll see it all complete

So I'm watchin' and I'm waitin'
Hopin' for the best
Even think I'll go to prayin'
Every time I hear 'em sayin'
That there's no way to delay
That trouble comin' every day
No way to delay
That trouble comin' every day

Hey, you know something people?
I'm not black
But there's a whole lots a times
I wish I could say I'm not white

Well, I seen the fires burnin'
And the local people turnin'
On the merchants and the shops
Who used to sell their brooms and mops
And every other household item
Watched the mob just turn and bite 'em
And they say it served 'em right
Because a few of them are white,
And it's the same across the nation
Black and white discrimination
Yellin' "You can't understand me!"
'N all that other jazz they hand me
In the papers and TV and
All that mass stupidity
That seems to grow more every day
Each time you hear some nitwit say
He wants to go and do you in
Because the color of your skin
Just don't appeal to him
(No matter if it's black or white)
Because he's out for blood tonight

You know we got to sit around at home
And watch this thing begin
But I bet there won't be many live
To see it really end
'Cause the fire in the street
Ain't like the fire in the heart
And in the eyes of all these people
Don't you know that this could start
On any street in any town
In any state if any clown
Decides that now's the time to fight
For some ideal he thinks is right
And if a million more agree
There ain't no Great Society
As it applies to you and me
Our country isn't free
And the law refuses to see
If all that you can ever be
Is just a lousy janitor
Unless your uncle owns a store
You know that five in every four
Just won't amount to nothin' more
Gonna watch the rats go across the floor
And make up songs about being poor

Blow your harmonica, son!


No comment. Just thanks.

mercoledì 17 novembre 2010

Sette per sette.

Età e salute: i cicli Sufi della vita umana

Gli obiettivi del risanamento per ogni età



La vita intera è suddivisa in una serie di cicli settennali (Fig. 1). Al termine d’ogni ciclo sperimentiamo un certo peggioramento della salute che è legato al rinnovamento del nostro organismo. “I germi” di parecchie malattie croniche appaiono proprio al limite d’ogni sette anni della vita umana. Questi dati si accordano con la scienza moderna secondo cui le persone cambiano ogni cinque-sette anni. Se nella fase di declino temporaneo s’inizia ad assumere farmaci alimentando la malattia, c’è il rischio che essa diventi una compagna per l’intera vita. Non ha senso, naturalmente, restare a braccia conserte: in questo libro ho cercato di raccontare le più efficaci pratiche Sufi, che consentono al lettore di sostenere nei momenti più difficili il suo corpo.

Fino a 40 anni una persona utilizza il potenziale energetico che è stato fornito dai suoi genitori.

Verso i 42 anni iniziano i problemi legati al calo energetico, cosicché l’individuo non riesce a riempire le sue riserve energetiche a causa “di blocchi” e per l’incapacità di armonizzare la vita. Nel migliore dei casi, vi è un leggero affaticamento, mentre nel peggiore arrivano malattie e depressione.

La maggioranza della gente che ha superato il limite dei 42 anni, conserva i comportamenti acquisiti durante la sua vita passata, persino l’espressione facciale.


Quindi, da oggi in poi, comincio un nuovo ciclo, l'ottavo, sul quale mi accingo a pedalare verso un'auspicata floridità, saggezza e salute. Il bagaglio è quello che è, ma non mi lamento. Sudare è previsto, forare si spera di no. Ad ogni modo, mash'allah.

PS. Cliccando sul titolo del post si arriva al blog da cui ho tratto il brano postato qui sopra. E' pieno di pensieri, approfondimenti, indicazioni e persino ricette per un percorso di integrazione spirituale, secondo la tradizione Sufi. Buona lettura.

lunedì 15 novembre 2010

Pe' nun sape' né legge' né scrive'.

Rimuginando contortamente, sbuffando, trascinando i piedi, in senso metaforico, mi metto davanti a questa pagina bianca, senza angoscia però anche senza un qualcosa di rilevante da dire. Solo un po' di nostalgia di quando mi sembrava di trovare spunti e stimoli in quello che leggevo, che vedevo o che sentivo, una serie di scatole concatenate di suggestioni che, aperte in successione, mi portavano talvolta lontano dal punto di partenza. E non è non stia assorbendo stimoli interessanti dall'esterno, anzi, ho tre libri in ballo che alterno nei momenti della giornata - come se fossero amanti sempre disponibili. Ma dico per dire, ve', che se mia moglie legge questo post poi si spaventa.
Per esempio, un po' trascurato sul comodino, dopo esser stato consumato con curiosità ma senza convinzione e poi abbandonato dopo aver visto il film, c'è "The Ghost Writer" - mind you, non quello di Philip Roth ma quello di Robert Harris. Sembra che quest'ultimo sia stato un best seller, ci si è scomodato persino Roman Polansky, con tanto di citazioni hitchcockiane e un cast di tutto rispetto. Ma a me è sembrato un po' raffazzonato. E non un pageturner, come un Grisham o King dei tempi belli. Per cui resta abbandonato, vicino al letto, in attesa dei miei pietosi ultimi colpi.
Insieme a quello avevo acquistato una scatola di cioccolatini amarognoli, che tengo sempre in borsa per inattese file alla posta (o le fisiologiche pause tecniche in sala di montaggio): "Diario degli Errori", una raccolta di appunti di Ennio Flaiano, vergati dall'autore lungo un arco di vent'anni ('50/'70). Ci sono impressioni di viaggi (tanti, beato lui), aforismi, ritratti di persone incontrate o semplicemente viste, battute e spunti per storie e film. Gustoso e, come detto, tendenzialmente amaro, ma non avvincente. D'altronde è, per natura e struttura, un prodotto da sbocconcellare così, senza impegno ma non senza soddisfazione.
La "favorita", per così dire, del momento, il libro che negli ultimi giorni è riuscito a catturare la mia passione, tanto da farsi portare a spasso, per casa e fuori, in ogni momento libero, è una biografia. Confesso che la passione che nutro per il protagonista è il primo driver, che mi ha fatto scavalcare anche i miei obiettivi limiti linguistici, ma man mano che procedo nella lettura devo ammettere che l'autore ne abbia messa altrettanta nella ricerca, quindi è un buon baratto. Di più, in realtà, perché Luis-Jean Calvet non si limita a riferire fatti, aneddoti e testimonianze, ma analizza con competenza e, di nuovo, passione il lavoro del protagonista, sia dal punto di vista linguistico, campo principale della sua competenza, che musicale. Non voglio giocare agli indovinelli, sto parlando del lavoro notevole che il professor Calvet (anch'egli possessore di biografia degna di nota) ha dedicato al mio amato Georges Brassens. E' chiaro che, agli occhi di un fan, seppur dell'ultim'ora qual io sono, ogni dettaglio del proprio idolo prende una luce particolare. Nel mio caso, è la solidità dei valori umani di Brassens, soprattutto quelli dell'amicizia e della riconoscenza che emergono dai racconti, a rafforzare la mia stima e il mio interesse.
Sono un uomo all'antica, in un mondo in cui i settantenni rifatti corrono appresso alla...
come si chiama?
Ah, già, il blasone.

venerdì 5 novembre 2010

Bruscolini amari.




Avendo dato fondo all’incommensurabile patrimonio familiare di bestemmie, non si perse d’animo e improvvisò, cogliendo di sorpresa anche se stesso. Si chinò a raccogliere manciate di ghiande e cominciò a scagliarle scompostamente verso il cielo, gridando con quanto fiato aveva in gola: “Tiè, abbuffate!”


Si ritrovò a confrontarsi con una domanda cui non sapeva assolutamente rispondere. Gli tornò allora alla mente, condensata in un unico aforisma, l’illuminante saggezza del suo maestro: “Quando tutto lo scibile umano lo avrai scito, ti resterà ignoto solo lo ignobile.” Serenamente accettò la sua sconfitta e lascio incompleto il Bartezzaghi.



Mentre quasi tutte le sue colleghe investivano centinaie di euri per acquisire quella soffice corazza sociale incorporata nei twin set di cachemire quattrofili, lei aveva sempre preferito abbandonarsi alla rilassante confortevolezza dei twin set di canapa indiana: prima un bel trombone, poi il richiamino.

venerdì 29 ottobre 2010

La Folie

Il freddo, l’uggia, la nostalgia, mi portano oggi a postare la ricetta di un cocktail, o meglio di un long drink, che improvvisai sulla base del White Lady una venticinquina di anni fa, e che diede grandi soddisfazioni al mio palato. Il nome lo mutuai da una canzone “parlata“ degli Stranglers, gruppo pseudo punk che – fino ad un certo album – sono ancora ospiti fissi del mio cuore. Non avendo nientedadire, come spesso accade, anche perché, forse ce ne sarebbe troppo e a sproposito, occuperò questo spazio con le note dolci del drink e quelle amare della canzone. Prima la ricetta::
Nello shaker versa
1/3 di Gin,
1/3 di Cointreau,
1/3 di succo di limone
aggiungi una quantità equivalente di succo di pera, direttamente dal frigo, (così eviti o riduci il ghiaccio ad un solo paio di cubetti)
stillaci dentro un paio di gocce di Angostura.
Sbatti, oppure, se non puoi, scuoti.
Versa in un bello zombie (è il nome del bicchiere) e ascolta questa

Buon venerdì.

martedì 26 ottobre 2010

bruscolini sciapi


Malgrado la comune radice verbale, un esteta e un’estetista non hanno necessariamente qualcosa da comunicarsi. Loro due, nella fattispecie, locupletarono gli abissi culturali che li separavano con una cospicua dose di carne cruda. La propria. E usarono la voce solo per gemere.

Passava il tempo ad infarcirsi di ogni ben di dio: ciccioli, zeppole, ciauscolo, tiramisù, gnocco fritto, bavarese. Ma il tempo di infarcire passa, dal presente al participio, soprattutto per le arterie. Un arcaico participio di infarcire, passato proprio di là, lo uccise.

Gliel'aveva insegnato sua papà, quand'era bambino, che si muore prima di sete che di fame. Lui un po' ci credeva un po' no, soprattutto a merenda. Ma poi crebbe. E un bel giorno diventò disoccupato. Fu allora che capi: la mancanza di liquidi ammazza persino la voglia di vivere. Oppure, spinge ad ammazzare chi li ha.

lunedì 18 ottobre 2010

Un'ondata di sequel sta invadendo gli schermi del mondo.







Ammetto che l'originale - come spesso accade - è decisamente meglio. Ciò non toglie che anche gli epigoni abbiano un certo qual valore. Certo, sono meno divertenti, ma altrettanto pieni di morale, come tutte le belle favole. O no?

Comunque, vi risparmio altre povere elaborazioni di immagini, e vi lascio degli spunti per altri, possibili, blockbusters.

If they die we die, if they live we'd better run.
DESPICABLE BEE
The return of the killer insects.

The impossible quest of the most saught after sex trigger.
DESPICABLE G
Mission:Pointless.

Greenpeace's greatest docudrama.
DESPICABLE SEA
The Oil Legacy.

The last disgusting episode of the neverending Vampire saga.

DESPICABLE TEA
The Shadow of the Tampon.

Si consiglia la visione ad un pubblico ottimista.

venerdì 15 ottobre 2010

Ripensandoci bene.

Ripensandoci bene, tante cose che sembravano belle della nostra vita passata, di quando eravamo più giovani o, ancora meglio, fanciulli o bambini, che dico bambini, neonati, anzi feti, embrioni, cellule, ovociti, insomma, di quando non eravamo neanche un sogno nelle vite dei nostri genitori, be’quelle cose lì non mi mancano.
Ripensandoci bene, tutti quei momenti perduti nel tempo, come diceva Roy Batty perdendo lacrime sotto la pioggia, stanno bene là dove stanno, perché io non ne ho punta coscienza, sicché.
Ripensandoci bene, quello che non c’è più però ci sarebbe potuto essere se avessi fatto un’altra scelta che però non ho fatto quindi forse non posso neanche dire che non c’è più mappiuttosto che non c’è mai stato è una bella rottura di coglioni, perché non fa altro che farmi rosicare come un castoro, che, come forse non tutti sanno, non va mai in letargo.
Ripensandoci bene, è meglio perdere tempo con donne o uomini di malaffare, che a ripensare a pene d’amor perdute o amor del pene perduto che dir si voglia, a seconda dei casi.
Ripensandoci bene, bere per dimenticare non serve ad altro che a ricordare perché beviamo per dimenticare, sprecando oltre ad un tot di tempo evidentemente inutilizzato anche un tot di alcol altrimenti meglio utilizzabile.
Ripensandoci bene, è meglio non ripensare al tempo che si perde a ripensare al tempo che si è perso ripensando, ché già al terzo giro di frase ti senti un coglione di prima classe.
Ripensandoci bene, dovrei cancellare tutto quello che ho scritto ma poi, ripensandoci bene, forse è il caso che ci ripensi.

martedì 12 ottobre 2010

Cambiando l'ordine dei fattori il risultato non quaglia.


INSUFFICIENZA DI PROVE



PROVE DI INSUFFICIENZA




Come dire, per noi le prospettive non si fanno più rosse. Volevo dire rosee? Propongo un paio di possibilità: Tafazzi for president oppure The Axe Effect

lunedì 11 ottobre 2010

Il Comune Senso del Pudore ed altre espressioni obsolete.

Alberto Sordi gli dedicò, negli Sfuggenti Anni Settanta, un film che, fotografando con un po' di esagerazione l'uscita prepotente del corpo nudo dall'armadio della repressione moralista - e diciamolo, cattolica - per entrare da protagonista nel mercato, anche extra pornografico, ne constatava gli aleatori confini.
Oggi questo convitato di pietra - chiamiamolo CSP, ché gli acronimi vanno tanto di moda - brilla per la sua assenza, ai massimi livelli come ai minimi*.
Infatti, un blogger di mia conoscenza non si è fatto scrupolo di leggere un testo scabroso - un post, si dice - composto da un'altra blogger, peraltro molto ispirata, che destreggia la sua prosa su territori alquanto scottanti. Hot, diciamo. Non solum, sed etiam, il fellone senza ritegno è giunto al culmine dell'ostentazione, dell'esibizionismo più sconveniente, ed ha registrato questa disdicevole lettura per inviarla ad un consesso di blogosferici che non si è messo scorno di renderla disponibile al pubblico ascolto.
Est modus in rebus? O tempora, o mores, eccetera eccetera.
Tant'è.
Io, però, che sono un uomo timorato e ancora aduso a certa morigerata pudicizia - otto anni di scuola dalle suore, altro che due anni di militare a Cuneo! - mi asterrò dal fornire qualsiasi riferimento per constatare l'attendibilità di questo mio biasimo.
Chi è prono a curiose morbosità o a morbose curiosità, si avventuri nei meandri labirintici che gli adepti della rete telematica amano chiamare con nomi esotici come link, roll, blog, e diosassolocome, e si assuma la responsabilità della propria perdizione. La troverà nell'ascolto di quelle empie parole.

Va bene così? Ok, che danno su Nitegate stasera?

*ovviamente lì ci sarebbe andato l'esecrabile link, ma io persevero nella mia omertosa reticenza.
"Tu le connais, lecteur, ce monstre délicat,
—Hypocrite lecteur,—mon semblable,—mon frère!" CB

martedì 5 ottobre 2010

Più di quello che pensiamo di essere, siamo.

Questa che sembra - e forse lo è - un'osservazione senza costrutto, è una risposta alla prosopopea dell'ego, mentale, che afferma la propria superiorità sul semplice essere.
Cogito, ergo sum, diceva Cartesio, mentre sum dovrebbe poter essere sufficiente a se stesso. E lo è, secondo la mia non molto umile opinione*.
Immagina di stare spaparanzato/a su un'amaca all'ombra di un banyano, mentre un'inattesa brezza rinfresca l'aria tropicale ad un livello paradisiaco, e sorseggiare un Arak Madu - arak, miele liquido e succo d'arancia ghiacciato a riempire. Mi verresti a dire che la capacità di elaborare un ragionamento complicato è conditio sine qua non per godersi il semplice essere in quel momento?
Andiamo, i momenti di piacere estremo - non nel senso di pericolosità, ma nel senso di totalità - non hanno alcun bisogno della presenza del pensiero per essere apprezzati. E sono, ho la presunzione di pensare, fra i più meritevoli di essere vissuti. La ciliegiona sulla torta, insomma. Quale pensiero può rendere più piacevole una cucchiaiata di Mont Blanc, la prima sorsata di birra o una grattata dietro la schiena? E mi sono fermato ai piaceri più abbordabili e meno censurati, ché il solo pensiero di competere con una maestra come Lindalov mi inibisce e mi castra in partenza. Lo vedi? Il pensiero può essere deleterio in camera da letto. Il compianto Nino Manfredi (io lo compiango, per una serie di perle, come questa) nel leggendario "Operazione San Gennaro", smontato dalla petulanza della fidanzata straniera, la liquidava con un sintetico "L'ammore nun vole penziere", che riassume poeticamente una verità assoluta. Quello che complica una manifestazione dell'essere così bella e naturale come il congiungimento carnale è quasi sempre l'intervento della mente (e qui la maestra succitata mi bacchetterebbe). Una metafora che spesso ho sentito usare dalle donne per descrivere il monocorde approccio dell'universo maschile è la classica "Gli uomini pensano col cazzo.", spesso contrapposta all'altrettanto classica, fra i rappresentanti del sesso opposto, "Le donne scopano col cervello."
Ora, lungi da me lo sminuire i piaceri indotti dai pensieri sul sesso, non è questo il punto - come diceva la moglie dell'inventore del G-Spot - e sarei un ipocrita con i calli sulle mani, se lo facessi.
Io volevo semplicemente rovesciare, per conto mio, senza pretese alte, ché certo qualcuno l'ha già fatto prima (vero Cò?) l'assioma cartesiano: Sum, ergo cogito.
Perché saremo magari in molti a pensare di essere qualcuno, ma, prima di pensarlo, esserlo, be', è molto più serio.

* Mi pare che, più spesso che no, l'acronimo IMHO o, meglio ancora, la formula estesa italiana "a mio modesto parere", voglia intendere tutto il contrario. Allora, per sincerità, praticità e anche un po'per coerenza, preferisco affermare la mia scarsa modestia.

domenica 3 ottobre 2010

Pain and Suffering


La differenza fra dolore e sofferenza potrebbe sembrare una sottigliezza linguistica. Ma oggi non sono in vena - come disse l'emoderivato - e colgo solo l'occasione per riportare in forma sintetica un'osservazione di Zahira (la mia maestra) a riguardo. Essendo una donna che ha passato una buona quarantina dei suoi sessanta anni portando il suo corpo in giro - in tutti i sensi - per il mondo, in condizioni anche estreme, è normale che ora il patrimonio di traumi accumulato faccia sentire con gli interessi tutto il suo valore. E non è una notizia che faccia fare salti di gioia, in assoluto. Ma neanche, e qui sta il punto, un motivo sufficiente per genuflettersi all'altare della sofferenza, intesa - in questo caso - come compiacimento autocommiserativo del dolore fisico.
Certo che sento il dolore - dice Zahira - in ogni momento della giornata, ma non per questo scelgo di farlo diventare il fuoco e il fulcro della mia esistenza.
Ora, so già che molte persone potrebbero obiettarmi, ma che ne sai tu del vero dolore, prova piuttosto ad avere questo, oppure quest'altro, un po' come faceva il medico di Fight Club, che suggeriva a Cornelius/Edward Norton di andare a vedere nei gruppi di sostegno per i malati di cancro ai testicoli cosa fosse il vero dolore. Ci sono casi e casi e ognuno conosce i propri. Quello che intendo io è che assumersi la responsabilità del proprio stato d'animo è un impegno indelegabile e inderogabile. Se si ha chiaro il concetto, correggere la rotta può essere relativamente facile, oltre che discretamente gratificante.
Tutto qua. Quando ho una buona occasione per ricordarmelo, preferisco farlo.
Chi soffre volontario, senza l'apostrofo, è masochista.

venerdì 24 settembre 2010

Vuoto a perdere?




Ora, mi si scuserà, spero, l'ardire, se affronto la teoria del Big Bang a mani nude. Voglio dire, da crasso ignorante quale sono in molte materie, ma soprattutto in "fisica complicata degli scienziati", sì insomma quella che ha reso - giustissimamente - famoso Stephen Hawking. Allora, da crasso ignorante quale sono, non mi vado neanche a prendere un Wiki e a dargli una scorsa, così come faccio spesso per non sembrare del tutto impreparato sull'argomento che prendo a spunto quando - siccome soglio - ho il mio benamato nientedadire. No, pardone'mua', stavolta vado liscio e aspetto che butti il carico chi ce l'ha. Io ci ho solo una constatazione, anzi un'osservazione, semplice semplice semplice. Magari qualcuno di voi letterati, meglio, qualcuno di voi scienziati, mi potrà azzittire subito, snocciolandomi dati, diagrammi e parallassi varie, però a me 'sta cosa mi sta sul gozzo, anzi mi sta nella scarpa come un sassolino di quelli a punta, piccolo ma fastidioso assai.
Allora, dice, più o meno, che, a un certo punto - le stime variano, ma per me sono indifferenti, io non c'ero, credetemi, quindi mi devo fidare, però...- c'era questo ammasso, coacervo, ammucchiata di gas, plasma e varie particelle elementari che se ne stava tutto coeso, stretto stretto, a core a core, con se stesso. Un concentrato, fitto fitto, di potenzialità universale, così compresso che, a un certo punto, quel certo punto, non gliel'ha fatta più ed è scoppiato. Lo sappiamo tutti quanto è difficile la convivenza negli ambienti stretti, quindi non me la sento di biasimare gli inquilini di quel condominio che, per qualche verso, sono miei lontanissimi antenati. No, per carità, non dubito che una cosa del genere possa essere accaduta, anzi, mi meraviglierei del contrario. A me, che ora la taglio breve perché mi sono avventurato fin troppo su un campo minato, quello che non mi torna è un'altra cosa, e forse qualcuno di voi, signore e signori, mi può illuminare:

ma perché tutti codesti illustrissimi scienziati considerano come UNIVERSO solo la parte piena - solida e gassosa che sia - e non anche il VUOTO, lo spazio che lo contiene?

Cosa esisterebbe al mondo, senza lo spazio vuoto? E il fatto che sia vuoto, volendo anche un puro NULLA, vuol dire che non conta?
Che non ci si debba interrogare sulla sua origine? Oppure c'è qualcuno che sappia quando è nato - se è nato - il VUOTO CHE TUTTO OSPITA?

Sono consapevole della scarsa diffusione di questo mio sproloquio, ma se qualche generoso lettore avesse per caso conoscenze nelle alte sfere dell'astrofisica e non si dispiacesse di farmi avere una o più risposte interessanti, gliene sarei INFINITAMENTE grato.

Disco Partizani



e fatevela una ballatina, ogni tanto.

(meglio dire niente, soprattutto quando una parola è poca e due so' troppe)

mercoledì 22 settembre 2010

Pain and suffering.

La differenza fra dolore e sofferenza potrebbe sembrare una sottigliezza linguistica. Ma oggi non sono in vena - come disse il plasma insaccato - e colgo solo l'occasione per riportare in forma sintetica un'osservazione di Zahira (la mia maestra) a riguardo. Essendo una donna che ha passato una buona quarantina dei suoi sessanta anni portando il suo corpo in giro - in tutti i sensi - per il mondo, in condizioni anche estreme, è normale che ora il patrimonio di traumi accumulato faccia sentire con gli interessi tutto il suo valore. E non è una notizia che faccia fare salti di gioia, in assoluto. Ma neanche, e qui sta il punto, un motivo sufficiente per genuflettersi all'altare della sofferenza, intesa - in questo caso - come compiacimento autocommiserativo del dolore fisico. Certo che sento il dolore - dice Zahira - in ogni momento della giornata, ma non per questo scelgo di farlo diventare il fuoco e il fulcro della mia esistenza.
Ora, so già che molte persone potrebbero obiettarmi, ma che ne sai tu del vero dolore, prova piuttosto ad avere questo, oppure quest'altro, un po' come faceva il medico di Fight Club, che suggeriva a Cornelius/Edward Norton di andare a vedere nei gruppi di sostegno per i malati di cancro ai testicoli cosa fosse il vero dolore. Ci sono casi e casi e ognuno conosce i propri. Quello che intendo io è che assumersi la responsabilità del proprio stato d'animo è un impegno indelegabile e inderogabile. Se si ha chiaro il concetto, correggere la rotta può essere relativamente facile, oltre che discretamente gratificante.
Tutto qua. Quando ho una buona occasione per ricordarmelo, preferisco farlo.

lunedì 20 settembre 2010

Impressioni di settembre. (dietro gentile richiesta)


Potrebbe sembrare strano che, dopo quindici anni di appassionata frequentazione (cerco di mantenere i superlativi al minimo), io mi trovi in difficoltà a raccontare cosa succede quando arriva Zahira. Mi perdoneranno quelle gentili signore che mi hanno chiesto un resoconto se riuscirò a trasferire solo sprazzi di sensazioni e magari qualche immagine. Cominciando da questa: io che digito questo post come se avessi dei guantoni al posto delle dita, tale è il senso di indefinibilità di un incontro del genere. No, mi correggo - e facendolo mi rendo conto che questa espressione ricorrerà anche troppo in queste righe, se mi lascio il tempo di rileggere e riconsiderare - non è che non si possano trovare definizioni per qualche esoterico motivo, è che forse, anzi senza forse, sarebbero, come spesso accade, riduttive. Provo a proseguire a passi brevi e semplici, come un bambino. E' un incontro di amici, per molti motivi: parecchi di noi conoscono Zahira da anni, alcuni la seguono o l'accompagnano nel suo tour, affluendo dai punti più disparati del mondo, spesso senza sapere la lingua del paese dove andranno, senza sapere se e dove troveranno un posto per dormire, come faranno a raggiungere il luogo dell'incontro. In quello che è stato, come capita ormai da un po' di tempo, l'incontro conclusivo del suo giro nel vecchio continente -l'avevo detto che lei viene dalla Nuova Zelanda, dove vive per il resto dell'anno con una piccola comunità di amici? - quindi, dicevo, nell'incontro di questo week end appena trascorso, c'era, per esempio, un uomo che veniva da San Pietroburgo, una donna di Taiwan che veniva su a Faleria dopo aver partecipato all'incontro della scorsa settimana a Cisternino (in Puglia), due amici finlandesi - uno dei quali si sta rigirando sul monastico futon del mio divano. Per dirne una. Alcuni inconsulti avvenimenti politici - leggasi rivoluzione - hanno impedito a Zahira di tenere un camp in uno dei luoghi che è solita frequentare nel suo tour, il Kirghizsthan, per dirne un'altra. Ma sto divagando, prendo tempo, evito di affrontare il nocciolo della questione, la prendo alla lontana. Ma è anche in questa maniera che io vivo questa storia, ogni volta: il vortice si incomincia a far sentire a distanza, qualche mese prima, poi si avvicina sempre di più, infine ti risucchia dentro la centrifuga, per riconsegnarti alla tua vita di tutti i giorni bello pulito, dopo averti rimescolato emotivamente, strizzato via molta acqua sporca (metaforica, sì, ma anche fisiologica), e candideggiato nelle intenzioni e nella comprensione (e scusate il "candideggiato").
Non c'è più da tempo una struttura fissa e preordinata in questi nostri incontri, anche perché nel breve arco di un weekend c'è solo spazio per una full immersion: il "gruppo" comincia, per ognuno in maniera diversa, quando arriva Zahira, ma in un certo senso, anche prima, quando si è scelto di parteciparvi. Intendo dire, quando realmente si è preso con se stessi quell'impegno e ci si organizza per onorarlo, o non si può fare a meno di scavalcare altri ostacoli che molto facilmente tendono a presentarsi. Come dicevo, a chi sta avendo la pazienza di sopportare tutte queste parentesi, quando si è lì insieme, le dinamiche fra le persone nella semplice interazione di condividere uno spazio sono già un percorso istruttivo. Ognuno di noi tende ad identificarsi con un ruolo - lo facciamo nella vita di tutti i giorni ed inevitabilmente lo replichiamo anche nel gruppo, se non ci stiamo attenti - e la nostra cara amica trova sempre un modo simpatico ma diretto per farcelo notare, senza giudizio, ma senza ipocrisia. Bon, ma allora, cazzo, ci racconti qualcosa di questi giorni? Arrivo! Volete sapere cosa abbiamo fatto in pratica? Allora, la mattina verso le otto, approfittando del clima favorevole e della bellezza del posto, ci sedevamo sotto un bell'albero per assaggiare un po' di Tao, cucinato da Zahira (ma non era una maestra sufi? ecco lo vedi che le etichette già non funzionano più bene...). Mi spiego, il Tao...no, non è possibile. Ok ci riprovo in maniera meccanica a fare un'elenco di azioni, altrimenti non vado avanti, ma non prendetevela con me se poi risulta un po' asciutto. Lettura di una pagina del Tao Te Ching, commento discorsivo, molto allargato e molto pratico -"I'm a practical housewife, you know", è solita dire di sé Zahira - quindi un po' di Chi Kung, per rimetterci in piedi ed entrare nel flusso, che è poi il filo conduttore della nostra vita, no? Quindi colazione, un po' danza, libera, insomma come quando vai a ballare a casa di amici, solo che qui c'hai un finlandese molto eccentrico come DJ, che ti propina improbabili medley dei Rolling Stones in versione gipsypunk...per dire. Ma anche questo spazio, innocente apparentemente, è un bel teatrino delle nostre stampelle. Cioé un'occasione per guardarci rappresentare i nostri ruoli. Temo a questo punto di essere andato decisamente per le lunghe e di avervi annoiato, senza essere ancora arrivato all'ora di pranzo. Il punto è che non posso dire "allora Zahira ha detto questo, Zahira ha detto quest'altro" perché quello che lei dice è funzionale all'insegnamento e appartiene al momento, non a lei. Quindi potrei essere ancora più stucchevole se riportassi tutti gli stati d'animo che mi sono trovato, anche questa volta, a testimoniare, con la mia condizione di interprete oltretutto, per di più emotivo nel modo più italiano immaginabile. E di nuovo mi fermo; è l'esperienza diretta l'unica possibile e dovrei essere almeno a tu per tu con chi legge queste righe per sperare di trasmettere le sensazioni e i sentimenti che io nutro per questa persona. Ché, certo, quelli li potrei elencare, ma credo che "gratitudine assoluta" sarebbe sufficiente. In finale ci siamo fatti come al solito un sacco di risate, perché non crediamo ad un cammino spirituale che non sappia fare dello spirito, anzi il contrario. "Life is bliss" è un messaggio spirituale della massima ampiezza, che non può essere trasmesso con la fronte aggrottata e l'indice puntato. Per prenderlo sul serio è sufficiente accorgersene e comportarsi di conseguenza. Per il resto, c'è la vita di tutti i giorni come parco giochi. E viverla secondo natura, nel modo più semplice, è il massimo obiettivo auspicabile. "What more?" chiede Zahira, con l'innocenza di chi ne ha viste migliaia. Certo, la nostra vita cittadina non sembra essere il percorso più lineare per attraversare l'esistenza in uno stato non ipnotico, non in trance, come ci capita spesso mentre guidiamo da casa al lavoro proiettando nel futuro immediato - il confronto coi colleghi, la pratica rognosa, il parcheggio da trovare - o nel passato anche remoto - quella bella storia con la tizia/il tizio, la litigata del giorno prima, momenti belli che servono da anestetico - la nostra consapevolezza, o più semplicemente, come la chiama Zahira, la nostra presenza.
Non era mia intenzione chiudere questo post con una citazione, ma, dal momento che è salita a galla ora, proprio in questo momento, la lascio uscire. "Tomorrow never comes. It is always today." dice Osho, il nostro maestro comune, sempre presente. E nella sua semplicità è una verità incontrovertibile.
Se non ci credete aspettate domani. Mi saprete dire.

(Fine della storia. Forse. Grazie per l'attenzione)


ghost track: "Ma come? E le danze sufi? I dervisci rotanti? E tutte le altre tecniche, il latihan il gibberish, lo zhikr?" Sì, certo, c'è stato anche tutto questo. Ma cosa ancora si può raccontare di un'esperienza così individuale, se ti serve proprio per cancellare o ridurre l'eccessivo attaccamento alla tua individualità?
Di nuovo, "Don't trust me. See for yourself, make your own experience. Then you won't need to trust anybody else."

mercoledì 15 settembre 2010

Ricordati di te. (Due giorni all'alba)



Questo week end portati a fare un giro, fuori porta, e vieni ad incontrare qualche nuovo/a amico/a. Potresti persino incontrarne qualcuno dimenticato, che ti assomiglia.
Ma parecchio, eh.


Come, come, whoever you are.
Wanderer, Worshipper, lover of leaving.
It doesn’t matter.
Ours is not a caravan of despair.
Come, even if you have broken your vow a hundred times.
Come, yet again, come, come.
– Rumi




Certe volte perdersi è il modo migliore per ritrovarsi.

domenica 12 settembre 2010

De Torvajanica blus.


Portati qualcosa da leggere quando attraversi Torvajanica in macchina. Soprattutto se sei tu a guidare. Così puoi distogliere lo sguardo da quella quaresima di case appuntate ai lati della litoranea per un tempo interminabile. Se l'attraversi d'estate, un sabato pomeriggio fatto di gelato, di mago del gelato, di pozzo del gelato, di olimpiade del gelato, di ministero del gelato, di consolato del gelato, o, nel peggiore dei casi, di "king" del gelato. O in uno sconsolante crepuscolo di pizza al taglio, pizza al cartone, pizza tonda a porta'vvia, quattro supplì e due ascolane, birra, birra, birra e tavernello. Oppure un sabato sera di zigomi alti, gomiti alti, voci alte, tacchi alti, ormoni alti, bassi alti dagli altoparlanti di SUV alti. Prendi altrimenti il lato blue di Torvajanica, che in realtà è il lato grigio, scegli di attraversarla un sabato mattina di novembre, presto presto, con nessuno in giro, guidando verso sud est, col rado sole che ti acceca all'improvviso, mentre anaconde di sabbia avanzano dalla spiaggia sull'asfalto, accedendo, come faresti tu, dai varchi aperti, in scansione irregolare, ogni tot case, casette, palazzine - quelle belle collezioni di intonaco scrostato, di ringhiere carcinomizzate dalla ruggine salmastra, di tapparelle abbassate senza speranza per mesi di seguito. E' impagabile Torvajanica nel suo antonomastico squallore, potrebbe a buon diritto entrare nel frasario contemporaneo, fornendo un nuovo strumento di descrizione al nostro lessico sempre in crisi di assuefazione, sopraffatto dalle conseguenze del logoramento semantico. "'sto film è proprio 'na Torvajanica" sentiremmo sospirare dal nostro vicino di sedia al cinema, e capiremmo subito che intende condensare in quella parola un concetto ben preciso: è una cosa brutta e noiosa che non finisce più. "Il programma di questo partito è una vera Torvajanica" renderebbe icastico un giudizio di mediocrità progettuale, aggravato dalla inguaribile reiteratività di una certa politica, quella che si subisce senza speranza. Sarebbe molto triste, un giorno, sentirsi dire "Amore, la nostra storia è ormai una Torvajanica.". Vorrebbe dire non solo che è arrivata al capolinea, ma che ha un disperato bisogno di eutanasia. Quella che invoco io per Torvajanica, per regalare ai suoi abitanti il sogno di rivedere il mare, come lo vide Enea, quando, dopo essere sbarcato sulla sua nuova terra, si voltò per guardarsi un'ultima volta indietro.
Con la piena consapevolezza di essersi lasciato alla spalle una Troia ormai bruciata.

giovedì 9 settembre 2010

Morire per delle idee.


Mourir Pour des Ide�es
Caricato da Ben-Yehuda. - Scopri altri video musicali

Mai come in questi giorni trovo opportuno ricordare questa canzone, scritta da Brassens nel '72 e tradotta magnificamente da De André nel '74. Con la triste constatazione che ancora troppo spesso si muore - prima del tempo, ingiustamente, con violenza - per delle idee, originariamente altrui. Non solo quando si sceglie di immolarsi per una causa collettiva che viene, ironicamente, scelta come motivo di vita. Ma anche quando il sistema collettivo di credenze, assunto dai più, imposto o esercitato per delega da alcuni, ritenga giusto sacrificare la vita di un individuo - il caso di Sakineh Mohammadi Ashtiani è solo il più recente - che a tale sistema non si adegui. Una realtà amara, già brillantemente illustrata da Brassens nel suo album di esordio, con un'altra memorabile canzone. E sperimentata sulla propria pelle da milioni di altri, forse miliardi.
Non è nelle mie intenzioni analizzare a fondo le ragioni di questa assurdità cosmica. La scelta di privare della vita un altro essere ha, secondo me, un campo di applicazione ridotto al solo fine della sopravvivenza contestuale: tu stai per uccidere me - o i miei cari - io, nell'impossibilità di fuggire o di renderti inoffensivo, uccido te, se ci riesco. Molto animale, mors tua vita mea, ma questo è quanto.
E questa è la mia versione italiana.


Morir per delle idee, è un’idea coinvolgente
Un altro po’ morivo perché non l’ebbi mai
Travolto da una folla, feroce e intransigente
Che esaltava la morte, soprattutto quella altrui

Riuscirono a convincere la mia musa insolente
A seguire la loro fede abiurando i suoi errori
Confessandomi, poi, senza più spettatori
Moriam per delle idee, vabbè, ma lentamente
Vabbè, ma lentame-e-e-e-ente.

Considerando i rischi, magari, limitati
Andiamo all’altro mondo senza affrettarci affatto
Perché ad avere fretta, si muore costernati
Di aver scelto un’idea che il tempo suo ha ormai fatto

Ora, se c’è una cosa che è proprio deprimente
È accorgersi alla fine di un sacrificio svelto
Che era un altro il principio, che andava meglio scelto
Moriam per delle idee, vabbè, ma lentamente
Vabbè, ma lentame-e-e-e-ente.

I santi promotori del martirio d’onore
Invecchian predicando “Armiamoci e morite”
Morir per delle idee, per loro è sì un valore
Che si tengono stretto, quanto le proprie vite

Infatti quasi ovunque superano allegramente
Anche Matusalemme per la longevità
E certo ognun di loro si giustificherà
Moriam per delle idee, vabbè, ma lentamente
Vabbè, ma lentame-e-e-e-ente.

Di idee che ti promettono l’onore nel supplizio
Tutte le sette al mondo ne offrono a quintali
Resterà solo a chiedersi il kamikaze novizio
Morir per delle idee, va bene, sì, ma quali?

Che tutti si assomigliano fra loro, tristemente
I fondamentalisti che cantano ai caduti
Evitando le fosse in cui li hanno guidati
Moriam per delle idee, vabbè, ma lentamente
Vabbè, ma lentame-e-e-e-ente.

Se davver le ecatombi fossero sufficienti
Per far cambiare il mondo, per farlo rifiorire
Dopo mille milioni di sterminii indecenti
Il paradiso in terra starebbe per venire

Invece l’età dell’oro, ritarda eternamente
Gli Dei di sangue han sete, una sete infinita
E per la morte è sempre in corso la partita
Moriam per delle idee, vabbè, ma lentamente
Vabbè, ma lentame-e-e-e-ente.

E voi, istigatori, del suicidio teoreti
Dateci il buon esempio siate i primi a immolarvi
Noi vi cediamo il posto, lasciateci star quieti
Che vivere è già duro senza star lì a’ ascoltarvi

Poiché la morte, infame, è in agguato costante
Di certo alla sua falce non servono gli aiuti
Basta con queste stragi, grandissimi cornuti
Moriam per delle idee, vabbè, ma lentamente
Vabbè, ma lentame-e-e-e-ente.



PS.Trovo molto toccante questa versione dal vivo, registrata da Georges vicino alla morte.

A volte sembra che, invece no.

D'altra parte, ci mancherebbe altro, non è che si può sempre sempre, eh, però uno magari ci spera, sai, ci si impegna. Oh, mica che di per sé l'impegno debba per forza significare, ma, è chiaro, quando ci si assume certe responsabilità, o, al meno, si prendono certe iniziative, uno, voglio dire, magari, non dico che avrebbe diritto, ma tant'è. Ad ogni modo, è importatante saperle prima certe cose, perché poi non ce se ne venga fuori con i "ma io qua, ma io là...", oppure, peggio ancora, che qualcun'altro si sbizzarrisca a distribuire i suoi simpatici "te l'avevo detto!".
Io, però, ve l'avevo detto,
Anzi ve lo dico subito, ogni volta, dall'inizio.
Capito?

lunedì 9 agosto 2010

"L'uomo a una stella". O della precarietà.


Asciutto, evocativo. Questi due aggettivi, insieme, descrivono l'impressione che "L'uomo a una stella", il secondo romanzo di Angelo Simone, ha lasciato in me sin dalle prime pagine. E mi fermo ad annotarlo perché trovo che non siano due qualità facili da integrare con la nonchalance - vorrei dire indolente e, a tratti, rassegnata - con cui l'anonimo protagonista narra la vicenda che lo spinge fuori dal precario equilibrio della sua apparentemente consolidata quotidianità.
Mi è venuto spontaneo sottolineare - e l'ho fatto attraverso uno degli strumenti ormai familiari del nostro comunicare allargato - un passaggio descrittivo che mi ha toccato profondamente mentre leggevo. In una decina di righe, l'autore, attraverso le parole del protagonista, schizza un'impressione di Roma sotto la pioggia che trasmette, senza sdilinquimenti, un affetto intimo per questa città. Che è la mia città natale, ma non lo sua, di Simone, intendo. Questo mi ha portato a riflettere su quanto l'acuto spirito di osservazione gli abbia permesso di delineare personaggi, caratteri e situazioni ricorrendo a pochi, chirurgici, aggettivi. E come la sua prosa asciutta sia tutt'altro che fredda, anzi. La sensualità è probabilmente il faro che continua a brillare anche nei momenti più bui della vicenda, riscaldando la vita del protagonista - oltre all'attenzione del lettore - con delle intermittenze di grande passione.
Non è inopportuno dire che "L'uomo a una stella" possa essere definito tout simplement un giallo, del quale detiene l'impianto e alcuni topoi. Ma trovo che sarebbe ingiusto. E' piuttosto un apologo sull'impermanenza, sulla precarietà della condizione umana, sull'illusorietà di alcuni sentimenti e di molte certezze che, chi più o chi meno, ci affanniamo ad alimentare, consapevolmente o disperatamente, su base quotidiana.
Ma di cosa parla, in fondo, "L'uomo a una stella", qual è per sommi capi la sua trama? Non ho nessuna intenzione di svelarlo. E' stata una scoperta affascinante per me e approfitto dell'occasione per proclamare il mio odio per gli spoiler, anche solo parziali. Infatti, mi astengo da aggiungere altre osservazioni che mi hanno fatto apprezzare ancora di più questo libro, perché sono di carattere squisitamente personale e, chiedo scusa per l'anglicismo, spoilerebbero il senso di questo post.
Io, personalmente, aspetto Simone alla prossima prova. Con una certa impazienza.

sabato 31 luglio 2010

So'gnavo

Quando ero piccolo, pensavo, immaginavo, che avrei potuto fare, diventare, raggiungere cose, persone, luoghi, che ormai ho dimenticato, ma sognavo. Da adolescente, cercavo d'impegnarmi, emulando modelli impegnativi, in un'ambiziosa serie di conquiste, che andavano da quelle sociali a quelle carnali, senza dimenticare quelle culturali, ma traccheggiavo, dubitavo, e qualche volta m'imboscavo. Ma ancora sognavo. Nei miei vent'anni, nonostante avessi la parvenza di un progetto, mi dedicavo troppo ai collaterali ed annacquavo l'intensità dell'intenzione, e rimandavo, mi esercitavo nella mia più riuscita interpretazione: procrastinavo. E sognavo, con gli occhi aperti, degli obiettivi meno alti e più concreti, e con un po' di sudore e di fortuna, mi avvicinavo. Mentre cavalcavo l'onda che avevo scelto, anche se qualche luce l'afferravo, promettevo - come si dice - forse qualche volte mantenevo, imitavo, però dentro ero già pronto a rassegnarmi, anche se ne incolpavo la sfortuna, e non riconoscevo quanto potere c'è nella responsabilità, così convinto che la responsabilità fosse solo un dovere da sopportare. E sognavo, senza molta speranza e ancor meno fiducia, quindi, praticamente, vegetavo. Nel mezzo del cammin di quella vita, nella selva oscura mi infognavo, senza rispetto di me, nascondevo la testa sotto la sabbia, rimuovevo, rinnegavo, e recitavo - senza contratto - a tempo indeterminato. Ché la diritta via era smarrita. E certamente sognavo, come sogna un naufrago, che arrivasse una scialuppa o un'onda anomala, una soluzione, in un senso o nell'altro, che credevo fuori dalla mia portata. Mi sbagliavo. Sorpreso dalla possibilità imprevista, mi entusiasmavo, facevo salti quantici, mi trasformavo, e lasciavo dietro di me zavorre antiche. Sperimentavo, osavo, mi sfidavo. Qualche volta, ovviamente, esageravo. Ma sognavo di nuovo, rigirandomi dalla parte opposta del cuscino, e mi dicevo che stavo sognando e desideravo che si dissolvesse il sogno che sognava me, mentre sognavo di svegliarmi veramente dal sonno di una vita. E camminando incontravo nuovi sogni, che suscitavano nuove speranze e nuovi orizzonti ma sollecitavano scelte radicali, provocavano, smascheravano. E sognavo di realizzare il sogno più costante, quello più nascosto e finalmente riconosciuto, di poter essere quello che sono - come dicono ormai tante pubblicità - senza dover scalare l'Himalaya, o digiunare quaranta giorni e quaranta notti, senza più bisogno di prender bastonate in testa da qualche compassionevole maestro. Sognavo, e se il tempo in cui si svolge la mia vita è l'imperfetto, il motivo è proprio questo: che so'gnavo.
Sì, sono ignavo. E abbandonare la mia ignavia è un sogno, che faccio quando sogno di esser sveglio. Per realizzarlo, tanto, ho tutta la vita.

giovedì 29 luglio 2010

Rondò Romano



Quando, una vita fa (1983), mi avventurai per il mio primo viaggio all'estero in macchina e attraversai con un amico la Francia, dal sud al nord, evitando come la peste le autostrade per via del risicatissimo budget, fui sorpreso di trovare che la maggior parte degli incroci erano sostituiti da queste rotatorie, che, solo da qualche anno, sono diventate un elemento abbastanza costante del nostro paesaggio. E che, con spirito per niente sciovinista, anche noi chiamiamo rondò. Trovai, all'epoca, che fosse un'idea intelligente per snellire il traffico, ma pensai che fosse applicabile in Francia per via del senso civico dei francesi, un pelo più sviluppato del nostro. Infatti, mentre loro - les gauloises - si accodavano disciplinatamente in fila indiana al semaforo, noios, modestamont, approfittavamo della mezza corsia rimasta libera per guadagnare la pole position, scavalcando anche tanticchia di linea di mezzeria, en passant. Devo dire che i fatti non mi hanno dato ragione: i rondò stanno snellendo il traffico anche da noi, che, con la nostra insopprimibile individualità, riusciamo comunque ad arrangiarci per rimanere vivi. Questo non ci impedisce di esprimere le nostre personalissime interpretazioni di alcuni spartiti, come il diritto di precedenza, per esempio. Infatti, stamattina, mentre attraversavo uno dei miei consueti rondò, ho ammirato un virtuoso del "tanto jaa faccio" sprintare dalla sua corsia per attraversare proprio davanti a moi, che, ça va sens dire, avevo la precedenza. Senza alcun indugio e senza un'oncia di rancore, mi sono anch'io prodotto in un'estemporanea interpretazione di un altro classico italiano, che ha il suo massimo cantore nel compianto Mario Brega, l'intramontabile "A grandissimo cornuto!".
Per questo il nostro corredo genetico è chiamato, a ragione, "patrimonio": perché ci regala quotidianamente queste gioie inestimabili.

lunedì 26 luglio 2010

A posteriori. (pubblicità progresso)


L’ineffabile Chuck Palahniuck, nel suo retrogrado* e metalogico secondo romanzo “Survivor”, fa esclamare ad un personaggio: “Dio, mi ero dimenticata di quanto ti facesse star bene riuscire ad ottenere un risultato!”. La personaggia in questione è un’assistente sociale in visita ad un suo assistito, il protagonista del romanzo. Ed il lavoro di cui ella sta esaltando le proprietà benefiche è una funzione squisitamente di servizio. Nella fattispecie si tratta, appunto, del servizio igienico del protagonista: cooptata dal suo psicolabile assistito, l’assistente sociale scopre la gioia di ripulire, con un vecchio spazzolino da denti e dell’acido muriatico, le macchie di umidità che anneriscono le fughe tra le piastrelle del bagno. Non vi rovinerò la sorpresa rivelandovi dove la nuova passione per le pulizie straordinarie condurrà l’assistente sociale di “Survivor”. Volevo soltanto, prendendo spunto dal lancinante mal di reni che un weekend di bricolage mi ha regalato, ammonirvi sui pericoli dell’entusiasmo zelota che certe innocue attività possono suscitare. Il fai-da-te implicitamente include –del-male-a-te-stesso. E pensarci dopo equivale, quasi sempre, a pentimenti tardivi accompagnati da litanie blasfeme. Meglio ricordarselo prima, e resistere alla tentazione o al seducente invito di qualche bricolomane in vena di proselitismo. Tanto, per morire e per pagare (l’artigiano giusto) c’è sempre tempo.


* retrogrado in questo caso non è un giudizio ma un’osservazione: il romanzo comincia con il capitolo 48 e finisce con il capitolo 1.

venerdì 23 luglio 2010

95%

Avendo, comme il faut, nientedadire, mi rifugio nelle braccia del Maestro per trovare un argomento con cui riempire oggi questo spazio. Apro, intanto, una parentesi: il Maestro è sempre Uno anche se sono tanti, diversi ed eterogenei, ma questo è un mio punto di vista. Detto ciò, il Maestro cui mi riferisco oggi è ancora –sì, di nuovo – Georges Brassens, che in una sua soave canzonetta del ’72 sostiene una tesi alquanto interessante che varrebbe la pena discutere con il soggetto chiamato in causa. Afferma Tonton Georges, nel brano intitolato praticamente “95%”, che tale sia la percentuale delle volte in cui la donna si annoi a morte nell’atto sessuale. Ora lui non usa esattamente questo eufemismo, ma non mi sembra il caso di sottilizzare sui termini – per una volta – quando il contenuto ha una tale deflagrante rilevanza. Azzardo l’ipotesi che volesse soltanto divertirsi con una delle sue irriverenti provocazioni, prendendo lo spunto da una delle sue attività preferite – il sesso - per schizzare, al vetriolo, alcuni ritratti socio/psicologici, infarcendo con nonchalance il testo di riferimenti dotti, letterari, metrici e storici che esegeti infinitamente più preparati del sottoscritto si sono premurati di collezionare in questo preziosissimo sito.
Esaurita la verbosa premessa, mi chiedo quante donne sarebbero inclini a condividere la pessimistica analisi di Georges. E anche, quante delle donne che egli stesso ha conosciuto biblicamente – tante, secondo quanto afferma qui – si direbbero invece propense a tirare delle somme un po’ più generose. Il dibattito, semmai si aprisse, credo sia destinato a rimanere insoluto. Per questo pongo fine alla prolissità ed appongo l’ennesima masturbazione traduttoria a questo post, non senza fornire l’antidoto dell’originale.
Una sola, ultima notazione tecnica all'ascolto del brano: osservate come giochi con le ultime sillabe dei versi, facendo galleggiare le vocali mute, facendo rotolare le erre come girandole, costruendo castelli di enjambements…
Ascoltare con moderazione, puo’ indurre dipendenza.
Con la mia traduzione, portare pazienza.

La donna che ha già in sé dai suoi natali
le doti per donar gioie carnali
la donna che risveglia in noi il lato animal
prima di tutto, lei, è sentimental
man nella mano, lunghe passeggiate
e fiori e bigliettini e serenate
le insanità che noi per lei siam pronti a inanellar
la commuovon, ma….

Novantacinque volte su cento
per lei scopare è un vero tormento
anche se non ce lo vuol dire
certo mica sempre la facciamo divertire
Mentre noi cretini ci crediamo
siam cornuti e non lo sappiamo
e quando a letto poi si va
lei lo fa solo per pietà
Se il cuor non batte forte in petto
non ci si diverte a letto

Solo se t’ama con gran tenerezza
allora sì che è attenta a ogni carezza
allora sì diventa più disponibile all’amor
non se ne accorge, ma s’annoia ancor
Oppure quando è in fregola davvero
quando fornicherebbe un giorno intero
allora i suoi amanti passeranno, poveracci
certi momentacci.

Novantacinque volte su cento…

E quando grida “sì!” “dai!” “non fermarti!”
fa finta, non vuol demoralizzarti
lo fa sol per pietà, mica sospira di piacere
a buon fine, ti prende pe’l sedere
Vuol solo far credere al suo amante
di essere trombatore strabiliante
affinchè quel galletto pretenzioso che ci ha addosso
non si butti in un fosso

Novantacinque volte su cento…

Mi accingo ora, infine, a commentare
quelli che ti pretendon di spiegare
“E’ solo perché sei un incapace, sei un inetto
ecco perché lei non si scalda a letto.”
Può anche darsi, ma se vi pesa spesso
la boria di ‘ste “macchine da sesso”
mentre alle vostre spalle, signore, godono egoisti
lasciateli esser tristi.

Novantacinque volte su cento…

martedì 20 luglio 2010

Qui non si beve per dimenticare.



Ubriachi del Vino dell’Amato.
La danza, la musica, la poesia e il respiro di una serata Osho Sufi.

Non aspettarti nulla da questo incontro, viaggiatore o viaggiatrice che ti unisci a noi stasera, perché è un incontro di ubriachi. Ma non temere, perché il vino che beviamo non ci fa dimenticare le buone maniere, anzi. Qui si beve per ricordare, per esempio, la Radice comune che ci fa danzare insieme, come danzano gli alberi nel vento, senza intenzione e senza resistenza, ma gioendo del canto sussurrato delle foglie. E del profumo di poesia che ha la Vita. Sufi era un giorno una realtà senza nome; oggi, di ciò che quel nome rappresenta condividiamo l’ispirazione e l’esperienza, che ha attraversato i secoli ed è ancora pronta a toccare il cuore di chi ha sete e non ha paura di ubriacarsi.
Osho Sufi è un regalo di Maestri che hanno miscelato il loro vino, realizzando un bouquet essenziale, pronto da bere, senza alcuna preclusione. Chi si affaccia ad assaggiare è sempre benvenuto. Solo, oltre alle scarpe, fuori dalla porta, lascia le aspettative e le domande. Il Semà, il nostro incontro, è un ascolto. Ma non è un’imposizione, ché di quel che senti puoi fare cià che vuoi. Se potessi suggerirti un proposito, per questa serata, be’, prenditi due ore di libertà e vedi che succede.
As Salaam aleikum.


§hanti Zahir

Mercoledì 21 Luglio ore 20.30

Centro Osho Kivani
Via San Genesio 11 (P.le delle Province) 00162 Roma
Segreteria tel. 064460120 (lun-ven 17.00/20.30)
www.kivani.com


PS: Chi c'è, c'è, noi si fa festa:)

venerdì 16 luglio 2010



La vita è semplice, siamo noi che la facciamo complicata, diceva quello. E non ciaveva poi così torto. Ma mi piacerebbe sapere quanti, trovandosi davanti alla possibilità di applicare senza difficoltà questo simpatico schemino (per il quale ringrazio i brillantissimi Arif & Ali) lo farebbero senza indugio. Sto insinuando che il masochismo è in realtà una tara genetica ancor più che generazionale? Ho il sospetto di sì...

SVOLGIMENTO 1
...anche se in alcuni casi, una certa percentuale di sadici assolutamente focalizzata sui propri interessi - mi piacciono le teorie del complotto, sono pigro, si sa! - pieghi questo schema con un peso tale da rendere moltissimo difficilissimo per il resto di noi seguirne il percorso direttamente, senza infingimenti, traccheggiamenti e soste forzate. Facendolo assomigliare, diciamo così, a un gioco dell'oca. Voglio dire, un conto è se uno si incaponisce a lamentarsi delle proprie cattive abitudini continuando a praticarle, tutta un'altra cosa se si lamenta del buco dell'ozono e del surriscaldamento del pianeta. Vabbè ho mischiato un po' le carte, il personale e il politico, e poi, in fondo, qualcosa si può sempre fare, anche a livello personale contro i problemi globali, anzi si deve. Solo che senza la giusta leva - un folto e solidale seguito - l'impegno rimane velleitario.
Non vorrei banalizzare troppo, il problema della coazione a ripetere- come dicono quelli bravi, oppure quelli che hanno passato anni in analisi - esiste ed è pernicioso assai. Specialmente quando è esercitato su schemi collettivi.
Anche oggi una sana ventata di ottimismo cosmico per cominciare in bellezza la giornata. tiè!

SVOLGIMENTO 2
...e il proliferare dei centri dietetici me lo conferma.

giovedì 15 luglio 2010

Se mi ricordassi.


Se mi ricordassi delle cose che mi passano in mente - poche, in verità, quelle buone - quando penso fuori dagli schemi del mio lavoro e ho un po' di tempo per lasciare che il cervello elabori quello che attira di più la mia attenzione, questo blog non si chiamerebbe nientedadire.
Magari si chiamerebbe pocodadire o qualcosadadire. Che, contrariamente all'aspetto dimesso, son due titoli impegnativi. Potrebbero esser presi per litoti - sì lo so, non si buttan lì ste parole arcane, che poi er cane si stranisce - e quindi creare delle aspettative in chi ci si imbattesse. E ansia da prestazione nel latore della presente. Mentre, oh, con nientedadire, io, con rispetto parlando, mi paro il culo. Non solo posso lasciar passare dei giorni senza postare niente e non sentirmi in colpa. Ma ho anche la libertà di obiettare, semmainelllaremotaimprobabileipotesi qualcuno me lo facesse notare, "Oh, ma io te l'avevo detto."
Mo', la cosa da capire è se io son di più un causidico che si attacca alle parole per costruire degli alibi per se stesso, oppure un pigro paraculo che evita di impegnarsi per paura di non essere all'altezza.
O, mejo me sento, l'incontrario.
Uno che preferisce asserire di non essere all'altezza per evitare di impegnarsi.

L'ansia da prestazione porta all'impotenza. La pigrizia all'autocastrazione.
Come la metti la metti è una questione del cazzo.

Niente, è che volevo cominciare 'sta giornata all'insegna dell'ottimismo.

lunedì 5 luglio 2010

"E buio fu."



In alcune incongrue e casuali conversazioni a carattere spirituale che mi trovo - mio malgrado? - ad intrattenere nei posti in cui lavoro, mi accade di venire fulminato dalla semplicità di alcune realtà che sembrano essere state nascoste chissà dove mentre erano sempre davanti ai miei occhi. E il titolo di questo post ne è un esempio. Siamo stati educati ed abituati a sentire una versione opposta di questa affermazione, un resoconto della creazione in cui "il signore con la barba" creò la luce.
Mentre, se dovessi accettare l'idea che buio e luce siano due entità/qualità contrapposte - e non complementari, anzi, simbiontiche, naturalmente alternantesi - mi verrebbe più naturale pensare che Dio (Zeus, Dios, dies, luce, giorno) essenza luminosa per antonomasia, abbia creato il buio, per rendere possibile distinguere la differenza. E' impossibile riconoscere la luce, senza il buio. Per questo, l'oscurità, la tenebra, l'ombra, hanno una valenza molto più funzionale che avversativa. Almeno credo.
Mi sono addentrato anche troppo in questo territorio complesso. Hafez, per citare uno dei miei preferiti, e, per esempio, Franco Battiato, ne hanno dato un'interpretazione più luminosa.
Io, in fondo, volevo solo fare un thumbz up al samurai che mi ha illuminato con questo brillante calembour.

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