
L’ho cercata su un paio di vocabolari. Non l’ho trovata.
L’ho cercata allora su un altro vocabolario, quello dei sinonimi e dei contrari.
Manco là, ci sta. Allora, ho pensato, mi arrogo il diritto e il demerito di coniarla, ‘sta parola.
Solità, come integrazione, complementare e di segno opposto, a solitudine.
Solità, per esprimere quella beata sensazione di essere soli e felici di esserlo.
Solità con l’accento sulla a, appunto, come felicità.
Solità, perché solitudine suona davvero come un inno al pessimismo.
L’idea originale non è mia. Gli inglesi, per esempio, due parole diverse per descrivere queste due opposte condizioni di assenza di compagnia ce l’hanno: loneliness e aloneness.
La prima è l’equivalente, come accezione, del nostro solitudine, descrivendo quello stato di abbandono, tristezza e desolazione che possono connotare in certi casi lo stare da soli.
Ma quando stai solo per tua scelta, con sommo sollievo e soddisfazione – finalmente solo – allora ti stai godendo la tua determinata aloneness. La tua beata solità.
Curiosamente, in italiano, al deprimente sostantivo solitudine corrisponde l’aggettivo solitario, che descrive piuttosto un amante della solità:
(pl. m. -àri) detto di persona, che ama star sola, lontana da ogni compagnia…
Sarà poi un caso, come mi ricorda il vocabolario, che si usi la parola solitario per definire un brillante di notevole grossezza, montato da solo su un castone?
La solità può far emergere la tua brillantezza, mentre la solitudine, probabilmente, ti spegne sempre di più, affogandoti in un buio entropico.
Non so perché ho sentito il bisogno di fare questa precisazione. Ah, sì, ora ricordo.
Certi giorni sono così affollato di pensieri che mi sembra di non essere mai solo. Leggermente e confortevolmente solo.
In una morbida e avvogente solità.
Solo che, quando l’ho pensato, mi mancava la parola giusta.