venerdì 5 giugno 2009

Il valore della normalità.



Nel traballante tragitto che ci porta dalla casa base all’Hopital La Trinité, gestito da MSF France, registro –solo con gli occhi – una delle immagini più forti, forse perché inattesa. Mentre la nostra jeep attraversa un tratto rallentato dal traffico, dopo una curva, sulla piazza del mercato, vedo un ragazzo magro, in piedi, che si tiene la faccia con una mano, come se fosse assorto. Quando gli passiamo davanti , vedo prima gli occhi storditi dal dolore, poi una linea di croci nere che gli attraversa la faccia, dallo zigomo attraverso la guancia il naso e l’altra guancia.
Punti di sutura grossi come, come, non saprei dire, come una fila di X in corpo 28 che gli dividono il viso da un orecchio all’altro.
Nel reparto Urgence de la Trinité il suono più allarmante è il pianto, i lamenti di un bambino che comunica perfettamente il suo dolore crudo mentre riceve il trattamento; non sappiamo né chiediamo di che si tratta, il bambino è nudo sul lettino con un catetere nel pene e un paio di tubi nelle caviglie. La porta della stanza SOINS INTENSIFS è fatta con 5 tavole di legno grezzo – due verticali e tre orizzontali – e due pezzi di rete metallica sottile, nera. Il pianto del bambino, modulato con una serie di grida acute, riesce ad accompagnarci anche se abbiamo percorso altri corridoi, attraversando altre due sale d’aspetto compostamente occupate. Intanto due barellieri portano un ragazzo ustionato. Questo posto è pieno di bambini. Qualcuno piange, altri riescono a sorridere e, a quanto dice il coordinatore che ci accompagna, sono contenti di essere ripresi dalla telecamera o fotografati. Oggi abbiamo il primo vero contatto con il dolore. Un leggero stato di shock mi mantiene silenzioso, come sedato. L’odore della malattia, all’ultimo piano –VISCERAL – è più forte. Un ragazzo, forse ha 14 anni, un viso bellissimo con un paio di baffetti radi, e una complessa armatura che sembra cercare di tenere insieme la sua gamba sinistra, accetta di parlare con noi. Ha tre o quattro ferri infilati nella gamba, che spuntano dall’ingessatura di una ventina di centimetri, come piccole antenne. Nella sua triste fissità ci chiede di comunicare alla sua famiglia che si sente solo, perché nessuno è mai andato a trovarlo dopo l’incidente. Questo ospedale ha decisamente un’impronta tropicale, di emergenza, di precarietà. Di inevitabilità. Tutto è essenziale qui, molte le pareti di compensato grezzo, i container delle medicine appoggiati in cortile, rivestiti all’interno con fogli di polistirolo di recupero – per l’isolamento termico - con la semplice aggiunta di una lampada all’interno, sono diventati magazzini. Nonostante tutto ciò, il nostro accompagnatore, Guenaël, raccontandoci che dentro questi cassoni hanno stoccato il fabbisogno di 6 mesi di farmaci, trasmette una grandissima serenità. E, ancora più importante, un assoluto senso di normalità. Mi sembra inutile aggiungere un mio commento.
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1 commento:

Anonimo ha detto...

tutto questo accade sotto il nostro stesso cielo.

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