venerdì 17 aprile 2009

Il peso.

Dovevi saperlo. Che uno sguardo aveva un certo peso. Che non puoi lanciarlo lì, dove l’occhio si appiccica come una di quelle foglie pelose, e passar via. Non basterà un colpo di vento a staccare la foglia pelosa del tuo sguardo, soprattutto se lo hai lanciato su una curva rivestita di velluto. Che, si sa, il velluto ci va a nozze con le foglie pelose. Ci fa, praticamente, un effetto velcro. E la proprietaria della curva rivestita di velluto se ne va in giro con la foglia pelosa attaccata alla curva, che, se il velluto per caso è scuro, tipo nero o blu notte, la foglia risalta un bel po’. E’ come andarsene in giro con un’impronta di vernice sui calzoni. Per dire. Ma chi porta il peso di quello sguardo? Verrebbe da pensare che solo la proprietaria della curva, la ricevente, detenga l’onere della chiappa marcata. Invece no. Specie se se n’è accorta, che sei stato tu, be’, allora quello sguardo pesa anche, diciamo, sulle tue spalle. E come fai a tornare a casa, da tua moglie, per dire, con il peso di quello sguardo. Perché su di te che l’hai lanciato, quello sguardo è confitto come una spilla da balia su una guancia, come facevano i punk, e ti arriccia e ti aggriccia la pelle del viso, in una smorfia che per metà è un sorriso, furtivo. Ma per l’altra metà è un aggrottamento della fronte, congelata. E forse non è solo paura di essere scoperto. Forse nemmeno paura di essere irriso, rifiutato, insultato o addirittura picchiato per quello sguardo. Forse è, piuttosto, la paura dell’immensa incolmabilità del desiderio, è l’horror vacui di quell’abisso sterminato su cui puoi affacciarti ogni volta che apri gli occhi, che già al solo pensiero tu, che scali persino le montagne senza chiodi, tu sì, ti cachi sotto. Ti si chiude la gola e sudi freddo. E tremi, nell’angolo più riposto della tua cantina. Perché sai, con un senso animale e disperato, che non ti basteranno mille vite per riempirlo. E sei destinato a soffocare, sopraffatto dall’inadeguatezza e dalla frustrazione.
E’ così che si decide di morire, al desiderio. E’ così che si decide, senza ripensamenti, di strapparsi gli occhi e gettarli via.
E il peso che getti via non è il peso di un paio di palle piene di liquido. Che anzi, a dirla tutta, ne getti via due paia, in un colpo solo.
E’ il peso di tutti quei milioni e miliardi di sguardi di desiderio, quelli lanciati e quelli che ti risparmi, rinunciandoci per sempre. Rinunciandoti, per sempre.
E’ il peso specifico, incommensurabile, della tua paura di vivere.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

clap clap!!!
E sto zitta e me lo rileggo per la terza volta
fata

vix ha detto...

vorrei dire, prima ancora di ringraziare (inchino), che lei, signora, e il signor mauro gasparini, mi avete dimolto ispirato.
ora posso rin-graziare.

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