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giovedì 22 novembre 2012

Figatelli da Corsica



Premessa. 
Devo avere qualche legame atavico e sconosciuto con l’Ile de Beauté, perché ogni volta che ci torno mi ritrovo sempre più intento a fissare, avec des regards familiers, le sue montagne, i suoi scogli, i suoi sassi. E’ stata la meta del mio primo viaggio dell'età adultà (zaino in spalla e capello ancora corto di naja) e, con la vacanza di quest’anno, ho completato il giro dell’isola, intendendo il perimetro carrozzabile, con qualche breve ma intensa incursione all’interno. Parlare della Corsica in maniera estesa meriterebbe un lavoro di documentazione che non ho avuto ancora modo e tempo di affrontare. Per questo mi limiterò ad alcuni spunti, o spuntature, o meglio ancora figatelli, delle mie impressioni di incontro con la terra Còrsa, distribuendoli in ordine assolutamente sparso ed incoerente, comme il faut.
 

1.L’ossassione.

Forse dovrei più correttamente parlare di ciottoli - levigati, multicolori, tondeggianti - che compongono molto frequentemente le spiagge della Corsica, perché è per essi sassi che io provo una vera e propria ossassione. Ma non sono solo quelli a catturare la mia vista e il mio tatto. Anche le scaglie polverose e setose di pietra serpentina, che si staccano dalle pareti rocciose della montagna corsa, esercitano un’ipnotica fascinazione su di me. Sdraiato su una spiaggia di cui non farò il nome, non potevo fare a meno di allungare in continuazione la mano e accarezzarle, selezionandone di volta in volta di differenti forme e grandezze. Alcune di queste pietre sembrano avere un’impugnatura anatomica, tanto si adattano perfettamente all’incavo della mia mano. Altre sembrano fatte apposta per la stone therapy, piatte, lisce, regolari, del peso giusto e già belle calde. Altre ancora avrebbero potuto essere scelte da Don Juan, per sollecitare gli organi interni e indurre il silenzio interiore in quel chiacchierone di Carlos Castaneda, durante le sessioni dell’arte del Sognare. Ogni tanto – spesso – non resistendo alla tentazione di un particolare colore, variegatura, texture, ne raccoglievo uno e lo mettevo in tasca, in borsa o nel portaoggetti dello sportello della macchina. Per tutto il viaggio di ritorno, ogni curva sembrava l’inizio di “Moby Dick”. Dei Led Zeppelin.

A suivre (s'il vous plait).

sabato 31 luglio 2010

So'gnavo

Quando ero piccolo, pensavo, immaginavo, che avrei potuto fare, diventare, raggiungere cose, persone, luoghi, che ormai ho dimenticato, ma sognavo. Da adolescente, cercavo d'impegnarmi, emulando modelli impegnativi, in un'ambiziosa serie di conquiste, che andavano da quelle sociali a quelle carnali, senza dimenticare quelle culturali, ma traccheggiavo, dubitavo, e qualche volta m'imboscavo. Ma ancora sognavo. Nei miei vent'anni, nonostante avessi la parvenza di un progetto, mi dedicavo troppo ai collaterali ed annacquavo l'intensità dell'intenzione, e rimandavo, mi esercitavo nella mia più riuscita interpretazione: procrastinavo. E sognavo, con gli occhi aperti, degli obiettivi meno alti e più concreti, e con un po' di sudore e di fortuna, mi avvicinavo. Mentre cavalcavo l'onda che avevo scelto, anche se qualche luce l'afferravo, promettevo - come si dice - forse qualche volte mantenevo, imitavo, però dentro ero già pronto a rassegnarmi, anche se ne incolpavo la sfortuna, e non riconoscevo quanto potere c'è nella responsabilità, così convinto che la responsabilità fosse solo un dovere da sopportare. E sognavo, senza molta speranza e ancor meno fiducia, quindi, praticamente, vegetavo. Nel mezzo del cammin di quella vita, nella selva oscura mi infognavo, senza rispetto di me, nascondevo la testa sotto la sabbia, rimuovevo, rinnegavo, e recitavo - senza contratto - a tempo indeterminato. Ché la diritta via era smarrita. E certamente sognavo, come sogna un naufrago, che arrivasse una scialuppa o un'onda anomala, una soluzione, in un senso o nell'altro, che credevo fuori dalla mia portata. Mi sbagliavo. Sorpreso dalla possibilità imprevista, mi entusiasmavo, facevo salti quantici, mi trasformavo, e lasciavo dietro di me zavorre antiche. Sperimentavo, osavo, mi sfidavo. Qualche volta, ovviamente, esageravo. Ma sognavo di nuovo, rigirandomi dalla parte opposta del cuscino, e mi dicevo che stavo sognando e desideravo che si dissolvesse il sogno che sognava me, mentre sognavo di svegliarmi veramente dal sonno di una vita. E camminando incontravo nuovi sogni, che suscitavano nuove speranze e nuovi orizzonti ma sollecitavano scelte radicali, provocavano, smascheravano. E sognavo di realizzare il sogno più costante, quello più nascosto e finalmente riconosciuto, di poter essere quello che sono - come dicono ormai tante pubblicità - senza dover scalare l'Himalaya, o digiunare quaranta giorni e quaranta notti, senza più bisogno di prender bastonate in testa da qualche compassionevole maestro. Sognavo, e se il tempo in cui si svolge la mia vita è l'imperfetto, il motivo è proprio questo: che so'gnavo.
Sì, sono ignavo. E abbandonare la mia ignavia è un sogno, che faccio quando sogno di esser sveglio. Per realizzarlo, tanto, ho tutta la vita.

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