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giovedì 14 gennaio 2010

BASTA POCO.

MSF ad Haiti from Alessandro Nucci on Vimeo.



PER AVERE UN'IDEA DI COS'ERA HAITI GIA' PRIMA DEL SISMA, FAVORITE OSSERVARE IL VIDEO REALIZZATO DA ALESSANDRO NUCCI.
QUESTE IMMAGINI SONO STATE GIRATE A MAGGIO SCORSO, NELLE RESTRITTIVE CONDIZIONI CHE AVEVO GIA' DESCRITTO QUI,QUI, QUI, E QUI.
SE SENTITE CHE VI PRUDONO LE MANI, POTRESTE ANDARE QUI. GRAZIE.

mercoledì 17 giugno 2009

Ispirazione



"...Sempre devi avere in mente Itaca -
raggiungerla sia il pensiero costante.
soprattutto, non affrettare il viaggio; fa che duri a lungo, per anni,
e che da vecchio metta piede sull'isola, tu,
ricco dei tesori accumulati per strada senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato un bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo in viaggio:
cos'altro ti aspetti?"


[da Itaca di Kostantinos Kavafis]

Lo stralcio di poesia è un gentile omaggio che ho ricevuto da Max Cosci, capomissione MSF ad Haiti e uomo di cuore.
La foto di Max, come tutte le altre foto di Haiti pubblicate in questo blog, è di Marina Biagini.

Oggi, di mio, non ho niente da dare e, come al solito, nientedadire.

venerdì 12 giugno 2009

Esserci.


Come, per esempio, Gaetan, coordinatore del centre d’urgence di Martissant 25, a Port au Prince. Con nessuna intenzione di passare per eroe, anzi.
Io non sono qui per salvare vite umane – dice – sono qui per capire come funziona.
Però, nel frattempo, Gaetan, aperto, gioviale, positivo, lavora tutti i giorni ad uno dei progetti più importanti di MSF ad Haiti - un centro attualmente in ristrutturazione, ma attivo 24 ore su 24- che accoglie e tratta la maggior parte dei casi di emergenza (pronto soccorso) non solo di Martissant, bidonville realmente desolante e sovraffollata, ma anche di gran parte della regione. Perché vuole capire dall’interno il meccanismo, dice. Intanto sta lì, e ha un ufficio stretto come una cabina del telefono, con un ventilatore sempre acceso per spostare l’aria afosa e opprimente del tropico, aggravata da un inquinamento estensivo e dalla depressione della zona - Martissant parte da un mefitico litorale e si arrampica a piastrellare con le sue baracche di cemento grigio le pendici dell'incombente montagna, resa franevole dalla disboscazione sconsiderata. Ci racconta, Gaetan, che in una sua precedente esperienza lavorativa, in un'organizzazione indirizzata allo sviluppo di paesi in condizioni arretrate, non era riuscito a soddisfare questa sua istanza di comprensione. Perché il suo ruolo, allora, lo portava soprattutto ad avere contatti con politici o tecnici che si limitavano a fare del bla bla inutile, giri di parole che tendevano a mascherare l’intenzione di conservare degli status quo più redditizi, perché consentivano di utilizzare le politiche economiche di sviluppo per sfruttare ulteriormente i potenziali beneficiari di quelle stesse politiche.
Molto meglio tenere un povero alla mercé della tua elemosina che dargli gli strumenti per imparare a diventare autosufficiente. Tanto più che l'elemosina che gli passi non arriva direttamente dalle tue tasche, ma da quelle dei contribuenti e dei donatori. E tu, organizzazione sedicente umanitaria, con l'iceberg nascosto di quell'elemosina ci campi da nababbo.
Invece, con il lavoro di MSF, soprattutto quello sul campo, Gaetan sostiene di aver avuto la possibilità di comprendere a fondo le dinamiche più intricate delle politiche socio-economiche dei paesi in via di sviluppo (si spera, ndr) in cui si è trovato ad operare. Magari questo non significa automaticamente che la situazione possa essere cambiata per il meglio, ma sicuramente dal punto di vista professionale ed umano, le intenzione prefissate sono messe in pratica in modo coerente e consistente. In modo più onesto, se non altro, più produttivo ed efficace, seppure non sempre risolutivo.
Questo, secondo me, è esserci. Davvero.
E nel mio libro - come dicono gli inglesi - fa una grande differenza.

lunedì 8 giugno 2009

La strada per Martissant



Un-edited. Senza tagli, senza montaggio, solo un pezzetto crudo, senza sale né zucchero aggiunti. Quello che è. O meglio, quello che si riesce a vedere dall'interno di una macchina. Perché a piedi, da soli, non ci hanno fatto andare. Sconsigliabile, dicono. Questo è solo un pezzetto, ripeto, solo la via principale. E' il fondo valle, a pochi metri dal mare. E' il capolinea dei detriti che le piogge torrenziali, scorrendo nelle ravines, sulle strade e nelle fogne sfondate, portano giù a capofitto, ad accumularsi dove finisce la discesa. Qui, fra questi cumuli e liquami, si tiene ogni giorno un mercato alimentare che contribuisce all'incremento dei rifiuti. Ma questo sarebbe il meno. La maggior parte delle povere mercanzie - gli onnipresenti manghi, le banane acerbe che mangiano lessate, i pesci intossicati dagli scarichi di Port au Prince, le improbabili baguette di pane avvolte nel domopack - sono appoggiate direttamente per terra. In mezzo ai rifiuti, sì, vicino ai liquami. sì, fra i maiali che grufolano, sì, sì, sì. Bene, anche oggi vorrei sospendere il giudizio. Per rispetto di questa popolazione, gli Haisyan, defraudata da politici corrotti e da sedicenti benefattori colonialisti. Su questi altri signori il giudizio ce l'ho, ma mi sembra pleonastico aggiungerlo. C'è già abbastanza sporcizia in questo post.

mercoledì 3 giugno 2009

La terra di mezzo.



Entri in una sauna, tutto vestito. Epperò hai subito la sgradevole sensazione che, al posto del vapore balsamico dei trucioli di betulla, intorno a te graviti la nuvola mefitica di un camion esausto, che ormai va più ad olio che a gasolio. Il cielo è grigio paro, senza uno squarcio d’azzurro, e alle quattro di pomeriggio sembra già sera. Le voci forti, i modi bruschi, le buche nell’asfalto grosse come doline. E pensi che c’è qualcosa di fondamentalmente sbagliato nella definizione “terzo mondo”, pensi che la classifica dovrebbe essere stilata al contrario. Quanto più ti allontani dallo stato originario, primitivo, tanto più il mondo in cui vivi dovrebbe essere contrassegnato da un numero crescente. Foresta pluviale ancora non raggiunta Google Maps? Questo è il primo mondo! Mentre la qualifica di terzo – o quarto – mondo toccherebbe più a noi che viviamo in un supermercato, dove tutte, o quasi, le sensazioni sono incellophanate, adulterate, presumibilmente sterili. Ma questa specie di girone dantesco che appare essere Port au Prince è più probabilmente una Terra di Mezzo. Ci sono gli orchi Uruk-hai, sotto le spoglie di corpulenti e fatiscenti camion Mack, maggiori invasori delle carreggiate e della troposfera locale. Avanti, indietro e tutto intorno a loro brulicano altri orchi e mezzi orchi di lamiera, rumorosi, fumosi, ammaccati da mille battaglie. Alcuni invece sono coloratissimi, ricoperti di scritte a carattere religioso, con diffusori acustici che fanno tremare il terreno sulle note di cavernoso rap creolo. E sono pieni di gente a bordo. Si chiamano Tap-Tap, ci diranno poi, sono degli autocarri, quelli con il cassone per intenderci, e sono il mezzo di trasporto pubblico più diffuso di Haiti. Sono delle enormi scatole di sardine – con tutto il rispetto per i passeggeri – che partono quando sono piene e si fermano quando uno degli strizzati a bordo batte con la mano sulla lamiera “tap, tap...”, con una forza sufficiente a sovrastare i decibel del sound system che presumibilmente assorda il conducente. Tutto sommato un tragitto conveniente, finché rimani vivo. Le carreggiate sono intasate in entrambi i sensi di marcia e il nostro autista, per evitare almeno qualche tratto di questo ineludibile traffico, non disdegna un po’ di fuoristrada; praticamente qualsiasi strada secondaria non asfaltata è un livello 1 del Camel Trophy, con l’aggiunta di cumuli di rifiuti per arricchire il percorso. Ma questo è un alltro discorso. Per fare pochi chilometri c’è voluta un’ora, è sceso il buio che attutisce il degrado, il traffico cala mentre la jeep continua a salire. L’aria è più leggera a Petion Ville, periferia collinare di Port au Prince dove a novembre scorso è venuta giù una scuola totalizzando 93 vittime. Siamo quasi arrivati, ci dicono. Infatti, dopo qualche minuto, oltre un piccolo ponte sulla ravine – il greto di un torrente, dove i senzatetto abitano provvisioriamente fino alla prossima piena – il consolante l’emblema di Medici Senza Frontiere spicca rosso su un alto cancello di metallo bianco. Meno consolante è il doppio giro di razor wire che guarnisce l’alto muro di cinta della casa base. Eppure MSF , ci dicono, è forse la più amata fra le numerose ONG che pullulano nell’isola. Infatti le guardie all’interno non sfoggiano i fucili a pompa che abbiamo visto in mano ad altri guardiani. Benvenuti a destinazione. E’ solo il primo assaggio, ma si preannuncia saporita questa parentesi creola.

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