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martedì 13 novembre 2012

Illusioni



Ha fatto in modo che l'illusione sembri reale e il reale un'illusione
Ha nascosto il mare ed ha reso visibile la schiuma 
Ha nascosto il vento e manifesta la polvere
Tu vedi la polvere turbinare, ma come potrebbe sollevarsi da sola
Tu vedi la schiuma, ma non l'oceano
Perciò invocalo con le azioni, non con le parole
Perché le azioni sono reali e ti daranno la salvezza
nella vita a venire.

Queste parole - che pure sono contenitori e quindi un po' come il dito che indica la luna - sono immerse in quell'oceano di misticismo in versi, circa 50.000 distici, che è il "Mathnavì Manavì" di Jalâl âlDîn Rûmî, per la cultura accademica il più grande poema mistico di tutti i tempi. E da quell'oceano sollevano spruzzi di schiuma, che arrivano, a volte come ceffoni a volte come rugiada, sulla faccia di chi si trovi ad incontrarle. Perché i versi di Rumi sono, prima di tutto, le lunghe dita di un mistico, che arrivano a bussare lontano, attraverso i secoli, sulla porta di chi è destinato ad ascoltarli senza protezione. Non è una questione di aristocrazia, ma di semplice risonanza. Nè è questo il luogo o l'occasione per una lettura di approfondimento sul poeta Rûmî. E' un semplice spazio di condivisione e di gratitudine. Di riconoscenza. 
Il riflesso del sole su uno specchio mi ha accecato. Ed era solo un riflesso.

"Di là dalle idee,
di là da ciò che è giusto e ingiusto,
c'è un luogo.
Incontriamoci là".

 

mercoledì 7 novembre 2012

Realtà


REALTA’
In amore, nulla esiste fra cuore e cuore.
Mentre le parole nascono dai desideri
La descrizione nasce dal vero sapore.
Solo chi assaggia, sa
Mentre chi spiega mente.
Come puoi definire Qualcosa in qualche forma
Quando alla Sua presenza svanisce la tua forma?
Eppure nel suo Essere tu esisti ancora
E per indicarti il cammino vive la sua orma.

Questa poesia è attribuita a Rabia al-Basri, una santa, mistica, eremita Sufi dell'8° secolo, che non lasciò in realtà nessuno scritto. Una donna devota a Dio fin dalla nascita, tanto da trascorrere tutta la sua vita libera - dopo essere stata schiava fin dalla tenera età - in preghiera e solitudine, attirando comunque frotte di discepoli, proprio in virtù della propria rinomata aura di santità. E' considerata la prima assertrice della dottrina dell'Amore Divino, che anteponeva l'accento sull'amore per Dio a quello sul timore di Dio, come motore della devozione. 
Questa poesia, quindi, non l'avrà scritta di suo pugno. Ma di cuore sì.

E quel "Solo chi assaggia, sa" è una delle più belle sintesi del percorso Sufi, e della vita vissuta veramente.


venerdì 13 novembre 2009

A volte basta una parola.





"Una sola parola può illuminare il volto" di Yunus Emre.

La traduzione dall'originale turco all'inglese è di Kabir Helminsky e Refik Algan.
La versione che ascoltate registrata in italiano è del latore della presente.
La musica è l'Ikinci Selam* eseguita dall'Aras Müzik Ensemble.

*Ikinci Selam: Secondo Saluto, in turco. Nella tradizionale cerimonia dei dervisci rotanti, il secondo saluto esprime il rapimento dell’uomo testimone dello splendore della creazione, di fronte alla grandezza e onnipotenza di Dio.

martedì 3 febbraio 2009

Un'ancora.




Un giorno il sole, confidandosi, confessò
Io non sono che un’ombra, soltanto un’ombra!
Dovresti vedere da quale Infinita Incandescenza proviene
Quest’immagine brillante che proietto tutto intorno.
Vorrei fartelo vedere!
Quando ti senti solo o nei momenti più bui
proprio allora vorrei farti vedere
la luce sorprendente, entusiasmante
del tuo Essere.
Sì, del tuo Essere.


Repetita iuvant. O forse per me altre cose non funzionano più. Questa qui sopra è la mia versione del brillante rendering che Daniel Ladinsky ha fatto di un'abbagliante poesia di Hafez.
Un'ancora cui io mi aggrappo, spesso e volentieri, quando mi sento strapazzato dal violento nonsense della vita quotidiana.
Anche oggi avrei intitolato il mio post alla vergogna, dopo aver visto stamattina su RAI 3 l'intervista ad alcuni ragazzi di Nettuno, amici dei tre "ustori" di Singh Navté.
Alla vergogna, oppure al voltastomaco.
Altrimenti al desiderio di sterminio.
Al disconoscimento dei diritti umani per manifesta incompatibilità con il genere umano.
Insomma il primo istinto, belluino, che ho provato ascoltando uno di questi ragazzi minimizzare l'accaduto, era quello di imbracciare un lanciafiamme e potare il mondo da un'erbaccia inutile e dannosa.
Ringrazio quindi quel briciolo di umanità che mi ha ricordato che sono un padre e quel ragazzo è un figlio.
E nell'orrore della sua assurda stoltezza c'è un orrore ancora più grande: un essere umano ancora in formazione con un bisogno enorme sebbene disconosciuto di UMANITA'. Questo penso di poterlo dire senza tranciare giudizi o mettermi su di un piedistallo. Quello che mi lascia comunque inebetito è la totale mancanza di indizi: verso quale direzione muovere il prossimo passo, per far sì che certi processi di abbrutimento imbocchino delle strettoie di rapido esaurimento? Come innescare una corposa e condivisa inversione di tendenza?
Un cammino che ho intrapreso per me stesso mi ha insegnato che il cambiamento generale nasce dal particolare, dal personale, dall'individuo.
Ma perché ho l'impressione che, anche se non sono solo, che anzi siamo molti forse anche di più, anche se molti giovani sono già fiori profumati e alberi forti, perché, malgrado tutto questo,
là fuori c'è un oceano da svuotare col cucchiaio?
Un oceano di oscurità.
Da Nettuno, dio del mare, mi piacerebbe sentir venire una risposta.
Spero solo che non sia uno tsunami di dimensioni bibliche. Vorrebbe dire che, almeno per quest'era, non c'è speranza di raddrizzare la situazione.
Sai come ragionano 'sti Dei, colpirne sette miliardi per educarne uno...

mercoledì 28 gennaio 2009

Te no uei ni?


Le quattro sillabe che compongono il criptico titolo di questo post non sono la trascrizione di qualche dialetto salentino.
Sono altresì - come i più eruditi di voi, e ribadisco di voi, averanno digià intuito - l'apertura di un haiku di Mukai Kyorai, anche detto Rakushisha, che abbandonò a 23 anni la katana da samurai per passare alla penna da poeta, divenendo discepolo di Matsuo Basho il fondatore di questo ammirato quanto abusato genere poetico. Abusato e come, in forza della sua brevità e apparente semplicità, da milioni -forse miliardi, dipende se li contiamo in lire...- di aspiranti poeti, fra cui il latore della presente.
Ma, tranquilli, non sono qui per proporvi alcune delle mie composizioni, né per offrirvi una sinossi d'accatto sull'haiku, ché già ce n'è a bizzeffe su tutto universo webbo. Haikualcosa da dire? Butta giù ste 17 sillabe, 5+7+5, e il gioco è fatto! La più nitida delle stronzate assume subito un nebuloso fascino da terme bionsen (onsen), che già ti sembra di vedere le scimmie albine immerse fino al collo nell'acqua fumigante, mentre intorno la neve ammanta (ammazza quanto ammanta 'a neve in Giappone) il monte Fuji.
Bon, quello che volevo porgervi io era solo un piccolissimo esempio della grandezza dell'haiku, che riesce nel suo apparente minimalismo ad attraversare i secoli, scodellandoci polaroid solo apparentemente banali. In realtà, basta abbandonare il pregiudizio, porsi in uno stato di quiete interiore e l'haiku ci rivela tutta la sua essenza di multistrato lamellare. Tu pensi di essere di fronte ad una scena bucolica - fra le poche regole, non sempre rispettate, dell'haiku c'è/era quella di ritrarre scene di natura tout court e comunicare l'emozione che ne scaturisce senza far ricorso a metafore o altri artifizi - dicevo, pensi di trovarti di fronte ad un'istantanea di campagna, invece stai ricevendo, confidenzialmente, intimamente, una riflessione esistenziale del poeta, una sua analisi psicologica del sentimento, uno spaccato della realtà sociale dell'epoca.
Figo, no?
Allora, vi ho tediato abbastanza, preparatevi ad accogliere questa perla di Rakushisha, prima nella trascrizione in metodo Hepburn dell'originale, quindi nella versione italiana di Carla Vasio:

Te ne uei ni
kanashiku kiyuru
hotaru kana


Triste
una lucciola si spegne
sulla mia mano


Capito? Già nel 17° secolo, il mestiere più antico del mondo era tenuto in ostaggio dai precursori di Bilancia e Stevenin.
Tutta la mia solidarietà alle sorelle prostitute, costrette nella vita a dipendere dalle teste di cazzo.

PS: a scanso di equivoci, la foto che apre il post non è un simulacro dell'organo, ma un cappello ed un impermeabile dell'epoca Edo , che si trovano nel cottage di Kyorai, luogo in cui il poeta raggiunse l'illuminazione in seguito ad una tempesta che fece cadere tutti i frutti dei suoi 14 alberi di cachi. Capito? Ancora si dubita dell'energia eolica...

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