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venerdì 3 dicembre 2010

Catarsi o trattenersi?



Trattenersi non è sempre una scelta salutare.
Trattenersi non è sempre una scelta.
Certo, impugnare un machete e potare gli arti del vicino che continua a cogliere le pere dal tuo albero che sorge vicino al confine comune, invadendo però la tua proprietà, non è una scelta saggia e urbana. Ma evitare persino di esternargli direttamente la tua contrarietà per il suo abuso è altrettanto pericoloso. Tutto quello che tratteniamo, soprattutto le emozioni spiacevoli causate dal comportamento di qualcuno, generalmente crea distacco fra noi e chi provoca dette emozioni. Così il vicino diventa lontano, ma all'inizio solo dentro di noi. E questo genera equivoci, come minimo. Il vicino non capirebbe perché non lo saluti più e comincerebbe a fare altrettanto, provvedendo altresì a diffondere nel vicinato il sospetto che tu sia un maleducato, un asociale, un ombroso, uno che se la tira (in molti sensi), o peggio ancora, uno che ha qualcosa da nascondere. E non avrebbe tutti i torti: il risentimento che nascondi continuerebbe a crescere sotto la superficie, generando un iceberg che, inevitabilmente, andrebbe a cozzare contro qualche innocente Titanic di passaggio, provocando un naufragio epico e, quello che è ancora peggio, spropositato rispetto all’evento scatenante. Tu arrivi in ufficio ammusato, rimuginando, come ogni giorno da mesi, sull’insopportabile faccia tosta di quello stronzo di vicino e non ti accorgi che la centralinista che assomiglia a Jessica Alba, e ti sta inspiegabilmente facendo gli occhi dolci da settimane, sfoggia una scollatura abissale su una quarta abbondante. Vuoi che non si urti per la tua ostentata – o ostinata, fai tu – indifferenza, e che poi non vada a dire in giro che tu, con rispetto parlando, “lo spizzichi”? Nessun problema, intendiamoci, se non fosse che sei area manager per una linea di prodotti che fa dell’esuberanza eterosessuale un pilastro dell'immagine aziendale. E così, di colpo, ti ritrovi cornuto e mazziato dal tuo insalubre intrattenerti in pensieri torbidi, trattenendo il limpido corso delle azioni. Che avrebbe dovuto essere, a rigor di logica, rimbrottare a brutto muso il vicino per le pere che ti sottrae, invece che ignorare con cipiglio le pere che la centralinista ti porge su un piatto d’argento. Chi cazzo ti credi di essere, Breppìtt?
D’altra parte, trattenersi talvolta non è assolutamente una scelta.
Immagina di essere afflitto da un temporaneo virus intestinale.
Sei autonomamente in grado di capire che, in tal caso, la distanza fra te e gli altri si creerebbe proprio se non ti trattenessi dall’esprimere nella maniera più soddisfacente quello che ti ribolle dentro. Appare evidente che tale evenienza non prevede alcun ipotetico responsabile esterno a cui imputare questo tuo malessere.
La differenza è tutta qui, ma non è da poco.
Se, per così dire, il tuo “mal di pancia” è causato da un torto subito, non c'è cura migliore di una bella catarsi con il diretto interessato.
Nell’altro caso, invece, il diretto interessato sei tu stesso.
La cura migliore non è mai, e lo sottolineo, quella di farsi una catarsi addosso.
Soprattutto davanti a testimoni.

giovedì 3 dicembre 2009

Il convitato d’aria.

Tu mi parli, io non ci sono. Tu mi spieghi mi argomenti mi illustri un progetto specificando i dettagli, io non ci sono. Tu mi mostri le ipotesi le diverse alternative gli interventi che mi coinvolgono, io magari annuisco ma non ci sono. Tu partecipi a riunioni esprimi i tuoi pareri le tue perplessità avanzi obiezioni e controproposte guardi dalla mia parte per cercare un sostegno, io al massimo faccio spallucce ma non ci sono. Tu ti incazzi sostieni le tue tesi difendi le tue idee litighi con tutti ti attiri i malumori ti fai il sangue amaro, io non ci sono. Tu torni a casa con una smorfia di disappunto disgusto dolore stampata indelebilmente sulla faccia, io per fortuna non ci sono. Tu ti allontani ti chiudi ti volti dall’altra parte, io no. Io non ci sono, ricordi? Tu pensi che sia comoda questa assenza. Certo, come è comodo qualsiasi anestetico. Lo scarti e lo mandi giù al massimo con un sorso d’acqua. Questa assenza è un peso che copre un dolore. Se io sono un convitato d’aria nella tua vita, il convitato di pietra nella mia, sono io. Quando non ci sono.

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