venerdì 31 luglio 2009

Arrivederci.


Nienteadire, con grande coerenza con la sua missione aziendale, ha latitato parecchio in questi giorni. Poco male, avranno pensato i miei dieci generosi sostenitori. Tanto meglio, avranno pensato i dieci sfortunati che ho incluso nella mia mailing list. Io, personalmente, mi sono mancato. Sono un sentimentale, lo avrete capito. Oggi mi dispiacerà persino lasciare le saccocce di intonaco e le scatole di mattonelle con cui ho condiviso questi ultimi giorni e anche diverse notti. Una compagnia sileziosa, ma che si è fatta sentire, soprattutto nelle vie respiratorie. Ora cercherò di mettere una distanza sufficiente fra me e il cantiere che è stata (ed è ancora, in parte) la mia casa, tale da impedirmi di fare anche una scappatella furtiva, così, tanto per repirare la polvere che mi lastrica ancora la gola. Tanto so che la ritroverò qui ad aspettarmi, fedele, al ritorno da questo breve esilio. Cercherò di non pensarci troppo, anche se la sabbia me la riporterà facilmente alla memoria. Bon, auguro a chiunque capiti di leggere questo posticciuolo una buona vacanza, piena anche di noia, di dolcefarnienté - come dicono simpaticamente i francesi, alludendo al nostro spirito nazionale - di spensieratezza. Ed auguro a me stesso di aver qualcosa di più interessante da dire, al mio ritorno. Ecco, ci manca solo la menzione alla morìa delle vacche, e la mia lettera da fratelli Caponi è quasi perfetta.Punto, punto e virgola e punto esclamativo.

PS. fra CK one e KC 1 - che vedete rappresentato nella fotina - c'è una bella differenza. Ma non vi consiglio di provarla sulla pelle.

giovedì 23 luglio 2009

TEMA. L’attenzione, questa sconosciuta.


Svolgimento.
Alcuni recenti accadimenti della mia vita – cancello di default gli aggettivi, perché sarebbero banali e ridondanti, ognuno cià i problemi suoi - mi hanno portato a riflettere sull’attenzione. Epperò (questo ‘a pr’essoressa me lo segna rosso) siccome che ciò da fa’ (questo mi costa tre segnacci blu e tre voti in meno), ho pensato di copiare il tema. Speriamo che non se ne accorghi…

Vi racconto un episodio di ieri. Sono praticamente scappata dall'ufficio perché qui si rischia sempre di rimanere incastrati fino a tarda sera.

Arrivata al "timbro", mi sono accorta di non avere il badge aziendale. Non potevo tornare indietro a controllare in ufficio perché rischiavo di perdere la navetta.

Finalmente a bordo del mezzo sociale, ho praticamente rovesciato tutto il contenuto della borsa sul sedile, ma non ho trovato il badge.

A quel punto, mi sono scollegata, mi sono messa a leggere il romanzo che avevo con me ("Una buona scuola" di Richard Yates, l'autore di "Revolutionary Road").

Scesa dal pullman, sono andata alla metro. Appena entrata in metro, rovistando per cercare la tessera metrebus, che non trovavo, mi sono accorta di non avere più il portafoglio che avevo lasciato sul pullman quando avevo rovesciato il contenuto della borsa per cercare il badge aziendale.

A questo punto, è iniziato il mio inseguimento del mezzo sociale. Visto che fa diverse fermate, speravo di beccarlo da qualche parte.

Alla fine, tramite un collega in ufficio, sono riuscita a rintracciare il conducente telefonicamente che, per fortuna, aveva ritrovato il portafoglio e me l'ha riportato a San Giovanni, ultima tappa della mia rincorsa.

Il tesserino aziendale però, a tutt'oggi, risulta sparito.

Questa è, generalmente, la mia giornata tipo. Il mio livello di attenzione diminuisce sempre di più. Colpa della noia? Perché io mi annoio ma, allo stesso tempo, non ho un minuto di tempo.

La mia mente è affollata da mille pensieri inutili…


Scherzi a parte, mi riconosco molto in queste forme di nevrosi/distrazione. Anch'io sono tormentato dall'improvvisa sparizione di oggetti "chiave" (chiavi vere e proprie, portafogli, badge, sigarette) in momenti topici. Anch'io mi rimprovero di intrattenere/mi con numerosissimi pensieri inutili. Sicuramente perché voglio evadere da qualcosa, generalmente i pensieri di necessità, di responsabilità o di adultità (ora forse pure di vecchiaia...). Anche dalla noia. Credo che ognuno di noi faccia – più o meno consapevolmente - una selezione delle cose cui prestare, momento per momento, attenzione; e prestare mi sembra un termine quanto mai azzeccato, perché non è qualcosa che diamo mai a titolo definitivo (per fortuna). A me, per esempio, la distrazione dal presente – quindi la fuga dell’attenzione verso un’altra destinazione spazio temporale - mi abbassa l'udito. O meglio, alza dei filtri di decibel che fanno sì che spesso gli altri debbano ripetermi le cose. Io non rispondo mai alla prima domanda, a meno che non si tratti dei quiz alla TV, non perché sono sordo, ma perché la mia attenzione è altrove. Continuando a pensarci, per associazione di idee – attenzione, presenza, azione - sono andato a googlarmi qualcosa sul wu wei, il non-fare taoista. Che non è passività, ma un agire nel flusso, in risposta e non in reazione agli avvenimenti esterni. Soprattutto non considerandosi autori - qui è l'ego ad essere coinvolto, è lui che richiede la maggiore attenzione - ma solo attori. Se presti attenzione in modo totale alla vita e alle cose, fluisci nel corso dell'azione senza ostacolarla, come quando la tua attenzione è troppo rivolta ai giochi dell’identificazione del sé, né esserne travolto, come quando la tua attenzione è resa ondivaga dai giochi della mente.

Ora, se avete fatto attenzione, dovreste sapermi dire quante volte ho usato questa benedetta parola in questo post.
Ntz ntz, seeenza contaaare!


PS. Un ringraziamento speciale ad un’ignota- ma non ignara- contributrice, che mi ha passato parte del compito.

martedì 14 luglio 2009

Non.

Tutto quello che non ho detto. Le risposte che non ho dato. I bocconi che non ho assaggiato e quelli che non ho digerito. Le strade che non ho percorso. I fiumi che non ho attraversato. Le metafore che non ho utilizzato e le verità che non ho confessato. I lavori che non ho fatto. I libri che non ho letto. Le parole che non ho scritto. Gli amici che non ho cercato e quelli che non ho trovato. I bicchieri che non ho bevuto. Le donne che non ho baciato. Le donne che non ho guardato. Le donne che non ho voluto e quelle che non ho aspettato. Le donne che non ho avuto. Le lacrime che non ho versato. I no che non ho urlato. I pugni che non ho sferrato. Le corse che non ho fatto. I sogni che non ho inseguito e quelli che non ho sognato. Le promesse che non ho mantenuto. I ricordi che non ho conservato. I vestiti che non ho messo. I colori che non ho usato. Le canzoni che non ho cantato e quelle che non ho ascoltato. I film che non ho visto. Le partite che non ho giocato. I dolori che non ho provato. Le sigarette che non ho fumato. I tramonti che non ho ammirato. I salti che non ho spiccato. Le occasioni che non ho colto. Le obiezioni che non ho espresso. I limiti che non ho accettato. I compromessi che non ho rifiutato. Le bugie che non ho scoperto. I santi che non ho pregato. I culi che non ho leccato. Le simpatie che non ho cercato. Le passeggiate che non ho fatto. Gli inviti che non ho accettato. Le avances che non ho osato e quelle che non ho notato. I fiori che non ho raccolto. La merda che non ho mangiato.
Tutto quello che non ho fatto fa di me quello che sono quanto quello che ho fatto.
Fino a prova contraria.

Troppo da fare

Ma forse troppo non è la parola giusta. Tanto da pensare, soprattutto, e quasi esclusivamente a cose pratiche, a brevissimo, breve, medio e mediolungo termine.
Allora, il mio cervello viziato - pigro - si rifugia nell'instant boutaderie di friendfeed, tralasciando divertissement che richiedano un coefficiente di applicazione appena superiore - tipo il tumblr e la surripedia.
Che ci vuole a buttare là uno storpionimo? Mentre già per redigere uno Zio Bonino Fact ci va una certa quale attenzione - anche per reverenza nei confronti del personaggio.
Insomma, così, posto questo post ozioso e autoassolvente. Metto le mani avanti, cerco di captare la benevolentia piuttosto che un'idea. D'altra parte, avevo avvisato prima.
Non avete letto come si chiama questo blog?

domenica 5 luglio 2009

Silenzio. Non si fa, si ascolta.

Forse è una delle solite contorsioni mentali da causidico in cui m’intreccio
Ma se penso al silenzio mi appare che sia qualcosa impossibile da fare.
Certo non per abusate motivazioni sul sovraffollamento, sull’inquinamento acustico consolidato, sul logorio della vita senza cynar.
Ma per una semplice questione esistenziale, di una ovvia, evidente banalità.
Il silenzio c’è sempre. Anche nel fragore più totale.
Ché, anzi, è il fragore che non potrebbe esistere altrimenti, senza il silenzio che gli fa da base.
Questa constatazione, ribadisco, ovvia e banale, nasconde la sua verità con gran scioltezza.
Proprio come sa fare il Silenzio, maestro di camuffaggio millenario.
Per questo, quando qualcuno mi dicesse, per esempio, “Mi tedi
Con questo tuo saccente filosofare da strapazzo, fai silenzio!”

Io, sorridendo, lo manderei a cacare.
In grande amicizia, s’intende, e con lo sguardo,
Che non vale la pena di sprecare un altro po’ di silenzio
Per chi non sa trovarlo o riconoscerlo al momento.
Se quel che dico è ovvio, è scontato, e, sì, è banale
Vuol dire che anche vero
E elementare, Watson.
Si tratta solo di mettersi a ascoltare.
Ma tante volte, piuttosto, mi ubriaco.
Perché fare, alla fine, sembra sempre più facile che non fare?

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