venerdì 30 gennaio 2009

Niente da dire. Solo applaudire.

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Mi è già capitato di parlare della vergogna come fattore inibente di grande impatto.
E' chiaro che esistono diversi modi per gestirla.
E' purtroppo altrettanto evidente che il modo più praticato da un'enorme percentuale delle persone che rivestono l'incarico di manager sia abbastanza tranchant: ignorarla.
Ora, siccome è venerdì e questa settimana mi ha già regalato parecchi bocconi amari, non vorrei rovesciare il contenuto del mio stomaco in subbuglio sulla tastiera del computer, rinnovellando i più famosi "magnager" italiani che - con assoluto candore e totale ignoranza della vergogna - hanno adottato le stesse misure biasimate da Obama nella sua franca e diretta reprimenda nei confronti degli operatori di Wall Street.
Sono così tanti e impuniti che potrei perdere la vista dalla rabbia, rischiando di non tornare vivo a casa, questa sera.
Quindi dopo la nausea, il doveroso applauso ad un uomo che sembra non voler rimandare alla prossima legislatura il cambiamento su cui ha fondato la promessa della sua campagna elettorale. Qualcuno lo accuserà di populismo.
L'avevo già detto che un altro modo di affrontare le proprie vergogne è proiettarle sugli altri?
Continuiamo così...il resto della battuta lo sapete.

mercoledì 28 gennaio 2009

Te no uei ni?


Le quattro sillabe che compongono il criptico titolo di questo post non sono la trascrizione di qualche dialetto salentino.
Sono altresì - come i più eruditi di voi, e ribadisco di voi, averanno digià intuito - l'apertura di un haiku di Mukai Kyorai, anche detto Rakushisha, che abbandonò a 23 anni la katana da samurai per passare alla penna da poeta, divenendo discepolo di Matsuo Basho il fondatore di questo ammirato quanto abusato genere poetico. Abusato e come, in forza della sua brevità e apparente semplicità, da milioni -forse miliardi, dipende se li contiamo in lire...- di aspiranti poeti, fra cui il latore della presente.
Ma, tranquilli, non sono qui per proporvi alcune delle mie composizioni, né per offrirvi una sinossi d'accatto sull'haiku, ché già ce n'è a bizzeffe su tutto universo webbo. Haikualcosa da dire? Butta giù ste 17 sillabe, 5+7+5, e il gioco è fatto! La più nitida delle stronzate assume subito un nebuloso fascino da terme bionsen (onsen), che già ti sembra di vedere le scimmie albine immerse fino al collo nell'acqua fumigante, mentre intorno la neve ammanta (ammazza quanto ammanta 'a neve in Giappone) il monte Fuji.
Bon, quello che volevo porgervi io era solo un piccolissimo esempio della grandezza dell'haiku, che riesce nel suo apparente minimalismo ad attraversare i secoli, scodellandoci polaroid solo apparentemente banali. In realtà, basta abbandonare il pregiudizio, porsi in uno stato di quiete interiore e l'haiku ci rivela tutta la sua essenza di multistrato lamellare. Tu pensi di essere di fronte ad una scena bucolica - fra le poche regole, non sempre rispettate, dell'haiku c'è/era quella di ritrarre scene di natura tout court e comunicare l'emozione che ne scaturisce senza far ricorso a metafore o altri artifizi - dicevo, pensi di trovarti di fronte ad un'istantanea di campagna, invece stai ricevendo, confidenzialmente, intimamente, una riflessione esistenziale del poeta, una sua analisi psicologica del sentimento, uno spaccato della realtà sociale dell'epoca.
Figo, no?
Allora, vi ho tediato abbastanza, preparatevi ad accogliere questa perla di Rakushisha, prima nella trascrizione in metodo Hepburn dell'originale, quindi nella versione italiana di Carla Vasio:

Te ne uei ni
kanashiku kiyuru
hotaru kana


Triste
una lucciola si spegne
sulla mia mano


Capito? Già nel 17° secolo, il mestiere più antico del mondo era tenuto in ostaggio dai precursori di Bilancia e Stevenin.
Tutta la mia solidarietà alle sorelle prostitute, costrette nella vita a dipendere dalle teste di cazzo.

PS: a scanso di equivoci, la foto che apre il post non è un simulacro dell'organo, ma un cappello ed un impermeabile dell'epoca Edo , che si trovano nel cottage di Kyorai, luogo in cui il poeta raggiunse l'illuminazione in seguito ad una tempesta che fece cadere tutti i frutti dei suoi 14 alberi di cachi. Capito? Ancora si dubita dell'energia eolica...

martedì 27 gennaio 2009

Dedicato ai detentori della verità.

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Niente altro da aggiungere, a parte, per onor di cronaca e a beneficio di chi non conoscesse questi poeti maledetti, il nome del gruppo e del brano.
Ladies and gentlemen, The Dead Kennedys in Religious Vomit.


ps. nelle tag di questo blog troverete molte parole che non appaiono in questo post, letteralmente. ma ci sono...

lunedì 26 gennaio 2009

Il senso di Smilla per la democrazia


La mente fa strane associazioni.
La notizia che ho trovato oggi su repubblica, anche se non nuova né originale, mi ha fatto scattare un piccolo interruttore.
Se gli eschimesi, che dal bianco fenomeno atmosferico sono circondati h24, hanno dalle 27 alle 50 parole per descriverlo (secondo Peter Høeg, eh! non è nozione condivisa), i poveri – si fa per dire – abitanti degli Emirati Arabi Uniti, appena colpiti da una nevicata letteralmente senza precedenti, si trovano nell’imbarazzante situazione opposta.
Non hanno ancora coniato un termine per etichettare l’evento.
Mutatis mutandis, mi chiedevo, invece, su quanti vocaboli privi di significato si fonda la forma di ordinamento statale che pensiamo di avere?
Per essere spiccio: se dico la parola “giustizia”, a quanti fenomeni riesco ad abbinarla?
Ah, prima di rispondere, una precisazione: i fenomeni da baraccone non contano.

lunedì 19 gennaio 2009

Tergestum Covacichina 2 CH. Oligoelementi di lettura omeopatica


Qualcuno che mi conosce sa che ho talvolta delle passioni a fiamma per alcuni autori. Incidentalmente ne scopro il lato risonante e poi vado con fregola a cercare tutte le sue produzioni. Mi è successo nella prima adolescenza con la musica rock e nella seconda adolescenza con la musica qawwali. Mi è successo, naturalmente, con diversi scrittori, dei quali ho collezionato ogni libro, anche il meno commestibile, per pura bulimia – come dice il mio libraio “spacciatore”. Questo mi ha portato ad avere alcuni scaffali con i libri parcheggiati in terza fila. Ma questa è un’altra storia.
Il fatto gli è che miei ritmi di lettura, quando sono a casa, sono ora sincronizzati sul fuso orario della famiglia. Questo significa che, quando il boss – 4 anni e mezzo, maschio, iperattivo – non dorme, io riesco a rubare delle piccole dosi di libro, dalla ventina di righe a una pagina e mezza, da assumere contemporaneamente ad altre funzioni più o meno fisiologiche. Tutta questa premessa per presentare la mia più recente assuefazione, Mauro Covacich, scrittore contemporaneo – quasi mio coetaneo – triestino. A questo punto potrei dilungarmi sulla toccante impressione che ho ricevuto da un suo reading riguardo ad una missione umanitaria cui ha partecipato, oppure sul bruciante coinvolgimento percepito leggendo un suo romanzo che ho ricevuto in dono, oppure della piacevole conferma di sintonia che apprezzo, mordicchiando un suo piccolo e saporito saggio sulla sua città natale, Trieste, che sto meditando di andare a visitare.
Ma se mi dilungassi – e l’ho già fatto – che cazzo di oligoelementi sarebbero?

lunedì 12 gennaio 2009

Parlare al muro.



Non vorrei farci un post scientifico: ne ho visti in giro già dimolti, meglio documentati del mio. E’ solo che lo spunto l’ho ricevuto questa mattina, da una laconica rima con ispirazione di politica economica internazionale, che ha subito aggiunto brio al mio lunedì:

Io me ne frego e scorreggio.
Tu schiavo degli USA e del petrolio greggio.


Mi dispiace di non averla fotografata ma stavo guidando e la scritta era nel mezzo di un rondò. Quindi mi dovrete credere sulla parola. Non è difficile, vista la quantità di sublimi aforismi , consigli salaci critiche feroci, dichiarazioni d’amore (!) o di odio che milioni di interlocutori murali lasciano incise in quello che diventa il quaderno aperto della memoria collettiva.
Mo’, visto che la scritta suddetta si trova ad Albano (Laziale, e come te sbaji), mi sono chiesto se l’estensore del graffito fosse uno dei sostenitori del tanto contrastato, costruendo, gassificatore che alimenta il sogno di indipendenza energetica dei Castelli Romani, facendo arricciare il naso alla maggioranza di cittadini preoccupati per l’impatto ambientale.
Nel qual caso, gli consiglierei di stare attento: qualche imprenditore privo di scrupoli potrebbe installargli un gasdotto in der posto, sottraendogli surrettiziamente il metano come, secondo Putin, ha fatto l’Ucraina con la Russia.
Comunque sia, voglio ancora ringraziare quel romantico musicofilo che, vent’anni orsono, regalò un’impennata di endorfine ad un mio grigio lunedì, con la sua poetica ricerca dell’anima gemella:

Cerco ragazza amante della musica
soprattutto di queste tre note: SI LA DO.


Quando parli con cognizione di causa, qualcuno che ti ascolta lo trovi sempre.
Anche dal muro.

venerdì 9 gennaio 2009

L'uomo piccolo. *

L’uomo piccolo aprì la porta ed entrò, lasciandosi alle spalle la luce, accecante, del sole. Era sulla cinquantina, un tipo snello, ordinario, con i capelli grigi, un po’stempiato. Chiuse la porta senza far rumore e attese un attimo, in piedi, che i suoi occhi si adattassero alla penombra dell’androne. Indossava un completo nero, con camicia bianca e cravatta nera. Il suo viso era pallido e asciutto, nonostante la giornata torrida. Quando le sue pupille ebbero avuto il tempo di rimettere a fuoco il tutto, si tolse il Panama e si incamminò verso l’ufficio, senza che le sue scarpe nere producessero il minino rumore sulla moquette del corridoio. Il becchino sollevo lo sguardo dalla sua scrivania e lo salutò.
“Buon pomeriggio,“
“Buon pomeriggio.” rispose con voce delicata l’uomo piccolo.
“Posso aiutarla in qualche modo?”
“Sì, certo.” rispose l’uomo piccolo.
Il becchino gli fece cenno di accomodarsi sulla poltrona di fronte alla sua scrivania.
“Prego.”
L’uomo piccolo si sedette sul bordo della poltrona, posandosi in grembo il Panama. E osservò il becchino, che estraeva un modulo prestampato da un cassetto.
“Allora, “ disse il becchino, prendendo una penna nera dal portapenne di onice. “Chi è il deceduto?” chiese con gentilezza.
“Mia moglie,”disse l’uomo piccolo.
Il becchino accennò un verso di compassione e aggiunse “Mi dispiace.”
“Grazie.” rispose l’uomo piccolo, guardandolo senza espressione.
“Come si chiama?” chiese il becchino.
“Marie” rispose a bassa voce l’uomo piccolo “Arnold.”
Il becchino scrisse il nome e chiese “Indirizzo?”
L’uomo piccolo glielo disse.
“Si trova lì, adesso?” chiese il becchino.
“Si trova lì.” disse l’uomo piccolo.
Il becchino annuì.
“Voglio che tutto sia perfetto” disse l’uomo piccolo “Voglio il meglio che avete.”
“Naturalmente.” disse il becchino “Naturalmente.”
“Il prezzo non è importante “ disse l’uomo piccolo. La sua gola si mosse appena, mentre deglutiva. “Nulla ha importanza. A parte questo.”
“Capisco.”
“Lei ha sempre avuto il meglio. Ci pensavo io.”
“Naturalmente.”
“Ci sarà tanta gente” disse l’uomo piccolo “Tutti le volevano bene. E’ così bella. Così giovane. Deve avere assolutamente il meglio. Mi ha capito?”
“Assolutamente” lo rassicurò il becchino “Sarà più che soddisfatto, signore, glielo garantisco.”
“E’ così bella “ disse l’uomo piccolo “Così giovane.”
“Non lo metto in dubbio.” disse il becchino.
L’uomo piccolo rimaneva seduto senza muoversi, mentre il becchino gli faceva le domande. La sua voce non variava mai di tono. E sbatteva le palpebre così di rado che il becchino non riuscì a vederglielo fare nemmeno un volta.
Quando il modulo fu completato, l’uomo piccolo si alzò e lo firmò. Il becchino si alzò e fece il giro della scrivania. “Le garantisco che sarà soddisfatto.” disse porgendogli la mano.
L’uomo piccolo la strinse per un attimo. Il suo palmo era fresco e asciutto.
“Saremo a casa Sua entro un’ora.” disse il becchino.
“Bene.” disse l’uomo piccolo.
Il becchino camminò al suo fianco, lungo il corridoio.
“Voglio che tutto sia perfetto per lei. “disse l’uomo piccolo “Soltanto cose di prima scelta.”
“Sarà tutto esattamente come Lei desidera.”
“Merita solo il meglio.” disse l’uomo piccolo con lo sgardo fisso davanti a sè. “E’ così bella. Tutti le volevano bene, tutti. E’ così giovane e bella.”
“Quando è morta?” chiese il becchino.
L’uomo piccolo sembrò non aver sentito. Aprì la porta e tornò alla luce abbagliante del sole, indossando il suo Panama. Era quasi arrivato alla macchina quando rispose, con un leggerissimo sorriso sulle labbra.
“Appena arrivo a casa.”


The Near Departed – Richard Matheson

Ho scoperto che l'autore di "Io sono leggenda", diventato famoso ora che Will Re Mida Smith l'ha toccato, ha scritto diversi raccontini, come quello qui sopra che ho tradotto per mio diletto, che sono diventati episodi della mitica serie "Ai confini della realtà". A breve, quando m'avanza un po' di tempo, ne posterò un altro di cui ancora ricordo con terrore la trasposizione filmica, con l'inquietante Karen Black, risalente alla fine degli anni '70.
E' sempre meglio prepararsi all'orrore che farsi cogliere di sorpresa. O no?

* p.s. ogni riferimento ad altri uomini piccoli è assolutamente involontario; non mi risulta che Matheson segua la politica italiana.

mercoledì 7 gennaio 2009

C'ave-eete roo-tto er cazzo!


Da intonare sull'aria di "Quel mazzolin di fiori" e dedicare semplicisticamente, qualunquisticamente ma spassionatamente e sinceramente a tutti i contendenti del conflitto Israelo-Palestinese, che dopo tutti questi anni continuano a scegliere di farsi la guerra con questi sistemi.
Ci sono vittime e colpevoli su entrambi i lati (la percentuale delle prime e dei secondi è sbilanciata, secondo me, ma importa il giusto) dell'agone.
Tutte le teorie e i punti di vista possono essere confutati all'infinito, senza speranza di trovare un accordo, se - come si diceva una volta in certi ambienti - non c'è la volontà politica.
Credo che il processo viaggi su binari sbagliati, perché comprensibilmente ognuno dei contendenti mira al riconoscimento delle proprie ragioni, prima che ad un superiore, imparziale, raggiungimento di un accordo di pace.
Semplicione, vero?
Facile dirlo da fuori, quando non è stato versato sangue della tua famiglia.
Ma se non si fa così, secondo me, si rimane in un ginepraio che si intreccia paro paro con la legge del taglione.
E che so' passati a fa' sto par de mila anni?
La pace è più importante della ragione, perché la vita è più importante della guerra.
Semplicione, vabbé, ma ci sono molte più speranze di capirsi in pace.
Molte, molte di più di quante ce ne stanno di rispettarsi in guerra.
I bambini ci guardano, signori, e imparano da noi. Sempre più velocemente.
Ma noi, adulti, quand'è che impariamo?

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